“La bella e le bestie”: incontro a Roma con l’attrice Mariam Al Ferjani

In Italia da sette anni, racconta le difficoltà del ruolo ma anche i problemi con la burocrazia nostrana

Presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2017 e basato su una storia vera raccontata in un libro denuncia, “La bella e le bestie” di Kaouther Ben Hania (qui la recensione) arriva nelle nostre sale dal 26 luglio, con Kitchen Film.

Abbiamo incontrato a Roma la protagonista Mariam Al Ferjani che interpreta Mariam, una 21enne tunisina stuprata da tre agenti della polizia, che durante una lunghissima notte proverà a denunciare la violenza e a ritrovare la sua dignità e i suoi diritti.

 

Come ci si prepara per un ruolo come questo? È possibile studiare per rendere nel modo giusto la psicologia e le emozioni di una vittima di stupro oppure il contatto con persone che hanno vissuto davvero questa esperienza è fondamentale per capire, almeno in parte, cosa si prova?

Ho fatto un lavoro di ricerca sui fatti avvenuti nel 2012 a Meriem Ben Mohammed (l’autrice del libro a cui si ispira il film, ndr), ho letto e visto interviste fatte e ho fatto la scelta drastica di non incontrarla. Avevo delle domande e le ho rivolte alla regista che era in contatto con lei. L’ho fatto perché non volevo cadere nell’imitazione del personaggio e per proteggermi. L’ho poi vista a Parigi, in un’anteprima del film: non ci siamo dette nulla, ci siamo solo abbracciate.

Com’è stato accolto il film – che denuncia non solo la violenza sessuale ma gli abusi di potere in generale – in Tunisia?

“La Bella e le Bestie” è uscito in Tunisia lo scorso novembre e le sale erano piene, era un titolo molto atteso perché parla alle donne e agli uomini tunisini. Non si parla solo di stupro, ma anche di abusi di potere ed è un tipo di violenza che anche gli uomini possono subire.

Come valuti la situazione burocratica italiana, da straniera nel nostro Paese da ormai sette anni? Ti è capitato di vivere esperienze poco felici qui da noi?

Non ho avuto una bella esperienza con la burocrazia, né in Tunisia né in Italia… forse è il mio karma! In Italia avevo chiesto di convertire il mio permesso di soggiorno, una volta terminati gli studi, mi hanno detto che ci sarebbero voluti due anni. Un giorno la Polizia è venuta da me e mi ha detto che dovevo abbandonare il Paese dopo dieci giorni. Avevo una casa in affitto e un contratto a tempo indeterminato. Ho fatto causa e ho vinto la prima tappa, ma si deve ancora discutere la seconda.

Pensi che per il futuro ci sia speranza – alla luce anche della svolta politica che sta vivendo il nostro Paese?

Cerco sempre il lato bello delle cose, e l’Italia è un ottimo esempio di questo mio modo di vedere le cose. Penso che i cittadini qui abbiano accesso a molte libertà, ma che ci sia dello sporco, sepolto da tempo, che adesso sta venendo fuori. Ma questo è un bene perché può essere pulito.

Il film è girato con lunghissimi piano sequenza. Com’è stato lavorare sul set?

La macchina da presa mi seguiva ovunque e la sentivo presente. Volevo camminare nel set come se avessi gli occhi bendati, volevo avere memoria fisica di quello che succedeva. Era tutto millimetrico, ognuno dei piani sequenza dura 14 minuti e non hai molta libertà. Una scena l’abbiamo dovuta girare 57 volte.

Prima di lasciarci, parliamo del velo, elemento molto importante all’interno della storia.

È un velo antico che si portava circa 30 anni fa, e io lo trovo anche sensuale perché copriva il volto, ma lasciava scoperto il tronco. Quanto al velo in Tunisia, c’è stato un episodio famoso: il presidente Bourghiba tolse il velo a una donna, un’azione molto intima riservata solo al marito. Al momento, nel Paese, si può indossare o non indossare. Qualche anno fa, invece, durante la presidenza di Ben Ali era vietato e alcune mie amiche volevano indossarlo, ma io sono contraria.

 

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