6 domande a Ermanno Dantini, regista del cortometraggio “Enfants perdus”

La formazione, i progetti internazionali, le difficoltà e le soddisfazioni di lavorare con giovani attori

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Ermanno Dantini, classe 1985, ha iniziato il suo percorso dietro la macchina da presa a 21 anni, frequentando l’Accademia del Cinema e della Televisione (Act) a Cenecittà, un corso biennale per film-maker.

Nel 2012 ha lavorato come assistente alla regia sul set dell’opera prima di Giorgio farina “Amiche da morire”, e ha diretto il suo primo cortometraggio, “Lucio e Lucio”, una commedia nera sull’incomunicabilità con protagonisti due ragazzi sordi.

Assistente alla regia anche per produzioni americane – “Third person” di Paul Haggis e “A man from uncle” di Guy Ritchie – e per la serie tv di successo “I Borgia”, con il cortometraggio “Enfants Perdus” (qui la recensione) ha voluto raccontare il dramma, spesso dimenticato, delle periferie italiane degradate. Perché prima di guardare ai problemi del mondo bisogna avere il coraggio di raccontare quelli di casa propria, questa è la sua convinzione.

 

Il cortometraggio racconta la storia di Adriano, un bambino di otto anni che passa in fretta dall’infanzia alla maturità, complice la famiglia che si mantiene confezionando e smerciando cocaina, nel quartiere romano di Tor Bella Monaca. Prima di tutto, perché hai deciso di raccontare questa storia?

Le ragioni che mi hanno spinto a girare questo cortometraggio sono diverse. La prima è quella di voler raccontare il disagio di alcuni bambini che vivono nelle nostre periferie. Perché purtroppo lo sfruttamento, il lavoro minorile, i bambini soldato non sono realtà da Terzo mondo. Talvolta la nostra mentalità occidentale ci porta a pensare che questi fenomeni si svolgano soltanto lontano da noi, ma in realtà basterebbe guardarsi bene intorno per capire che così non è. In secondo luogo, mi ha sempre incuriosito capire qual è il momento in cui un bambino, un adolescente può perdere la strada e ritrovarsi a percorrere quella del criminale. Perché un criminale non è nato tale, ci è diventato. Può succedere, come ad Adriano, di essere spinti dai genitori, che già fanno un certo tipo di vita, quindi crescere con l’idea che questa sia la normalità. Può succedere dai 14 anni in su, a seconda delle amicizie. La terza ragione, che riprende un po’ la prima, è la volontà di fare una riflessione sull’infanzia. Anche nella famiglie normali i bambini non vengono più coccolati e protetti come accadeva un tempo; può capitare che vengano sfruttati come strumenti di ricatto, messi al mondo per salvare un matrimonio. Insomma, di sfruttamento dei minori esistono molte forme, non solo quella oggettiva che ci viene subito in mente. Volevo far riflettere sul fatto che il disagio dei più piccoli è sempre frutto della negligenza degli adulti. Oggi i bambini vengono cresciuti dai media, dai social network. E anche questa è una forma di abbandono.

Hai sempre saputo di voler ambientare la tua storia nella periferia romana oppure è stato un colpo di fulmine, vedendo certi luoghi e certi ambienti?

Perché allontanarsi troppo per cercare di ritrarre problematiche che invece fanno parte anche delle nostre città? Io non sono un romano doc – vengo dai Castelli – ma ho vissuto la città sin dall’adolescenza, quindi certe dinamiche le conosce. Trovavo giusto parlare prima di dove vivo, raccontare le storie della mia città.

Piccoli protagonisti per grandi storie, per raccontare il mondo degli adulti con occhi giovani – penso ad esempio a Eleonora Gentileschi, insieme a Gaia De Laurentis nel corto di Cristina Puccinelli “Stella Amore”, presentato all’ultima Biennale di Venezia. Com’è lavorare con attori così giovani?

Lavorare con i bambini può essere complicato se la scelta iniziale è sbagliata. L’importante è capire i momenti lontano dal set, farli sentire a loro agio, spiegare le cose, seguire i loro tempi. Il bambino si stanca molto più rapidamente dell’adulto, e quello che all’inizio può essere un gioco – la recitazione, il set – rischia di diventare noioso. Nel nostro caso, con solo 3 giorni per le riprese, non potevamo permetterci di allungare troppo i tempi. È sicuramente un’esperienza importante, formativa, perché se si riesce a tirare fuori dai bambini quello che vuoi poi lavorare con attori adulti dovrebbe essere più facile. Vederli che recitano e danno quello che cerchi è un motivo d’orgoglio.

E come sei arrivato alla scelta di Christian De Martino, che ricordiamo di anni, al momento delle riprese, ne aveva solo sei? Quanto è stata complessa la fase dei casting?

La scelta di Christian per il ruolo di Adriano è stata quella più complessa. Abbiamo visionato una sessantina di bambini, la maggior parte tra i dieci e i dodici anni. A me serviva una totale innocenza per il personaggio, e quella puoi trovarla soltanto in bambini più piccoli. Quando ho visto Christian mi ha dato l’impressione di essere esattamente quello che stavo cercando. Lui è di Tor Bella Monaca e anche se in modo molto diverso da Adriano vive comunque il quartiere. Nei suoi occhi si percepisce quel qualcosa in più. Era perfetto per il ruolo. Inizialmente ero titubante, perché al primo provino si era dimostrato molto timido – e anche al secondo, in realtà. In lui c’erano però delle qualità che si sposavano alla perfezione con il personaggio – come il fatto di praticare la boxe sin da quando aveva 4 anni. La scelta si è rivelata davvero azzeccata. Probabilmente è lui la chiave del successo del cortometraggio.

Che progetti hai adesso per “Enfants Perdus”? Dove potremmo vederlo?

La mia idea è di dare un po’ di vita al corto. Cercheremo di mandarlo a più festival possibile, di farlo vedere a più persone possibile e capire quale può essere la sua dimensione – un iter classico per i cortometraggi. Spero di avere una buona risposta dal pubblico.

Prima di dirigere, sei stato assistente alla regia in produzioni sia italiane che americane. Hai notato grandi differenze tra i due modi di fare cinema? Per un regista esordiente credi che sia più semplice affermarsi qui da noi oppure all’estero?

Le differenze tra il cinema italiano e quello estero sono soprattutto quelle che conosciamo, il budget, il tempo. Quando si dirige il modo è sempre quello, solo che avere a disposizione una settimana o tre giorni è molto diverso. In sette giorni puoi essere creativo, lavorare sulle inquadrature, sperimentare; in tre giorni devi seguire il programma, correre per portare a termine tutto. Ovviamente conta anche quello che si porta sullo schermo. In Italia raccontiamo storie meno originali, andiamo sul sicuro per avere un buon box office. Per quanto riguarda le possibilità di un giovane in Italia o all’estero, penso che siano più o meno le stesse. Se hai voglia e se credi nella tua ambizione le cose si riescono a fare. Le possibilità sono qualcosa che ti crei da solo, non che piovono dal cielo. Io, grazie anche all’Uni film, ho prodotto questo cortometraggio da solo. Insomma, se c’è volontà si può fare tutto.

 

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