di Alberto Leali

 

Un film di Gurinder Chadha. Con Hugh Bonneville, Gillian Anderson, Manish Dayal, Huma Qureshi, Lily Travers. Drammatico, 106′. Gran Bretagna, India, 2017

Data di uscita italiana: 12 ottobre 2017

 

Siamo nel 1947 e il dominio dell’Impero britannico in India si appresta alla fine. Lord Mountbatten (Bonneville), nipote della Regina Vittoria, si trasferisce con la moglie Edwina (Anderson) e sua figlia nel fastoso Palazzo del Viceré a Delhi, dove, per sei mesi, dovrà accompagnare il Paese nella transizione verso l’indipendenza.

A pochi mesi dall’insediamento, però, scoppiano rivolte e violenze tra la popolazione musulmana e quella indù, ovvero tra chi vuole un’India unita e chi la scissione di un nuovo paese, il Pakistan. In questo contesto, divampa la storia d’amore contrastata tra due dei dipendenti indiani del Palazzo, la musulmana Aalia (Quershi) e l’induista Jeet (Dayal).

La regista anglo-indiana Gurinder Chadha, nota soprattutto per la commedia adolescenziale “Sognando Beckham”, realizza con “Il Palazzo del Viceré” un dramma storico e di militanza politica, con incursioni nel melò.

A 70 anni dalla brutale partizione tra India e Pakistan, di cui la sua stessa famiglia è stata vittima prima della sua nascita, la Chadha racconta una tragedia che ha segnato la storia e provocato la morte di un milione di persone, proprio nel momento in cui sembrava potersi realizzare la tanto agognata libertà.

Fortemente motivato da urgenze personali, il film si serve di una narrazione asciutta ed estremamente lineare, per non perdere di vista neanche un momento le sue finalità di informazione e di denuncia e per rivolgersi al più vasto pubblico possibile.

L’indubbia bellezza scenografica nulla toglie, infatti, a una sceneggiatura e a una regia volutamente basiche e posate, che si pongono il nobile obiettivo di far luce sugli intrighi strategici che sono alla base della “Partition”.

Sembra che la regista voglia soprattutto sdoganare le figure del viceré Lord Mountbatten, interpretato magnificamente dal britannico Hugh Bonneville, e della sua illuminata moglie Edwina, un’altrettanto brava Gillian Anderson: due pedine inconsapevoli di un accordo che conduce le parti in causa verso una conclusione già amaramente prestabilita. “La storia è sempre scritta dai vincitori”, si legge, d’altronde, nell’incipit del film.

L’alternanza del girato con materiali d’archivio e video dell’epoca si accompagna, però, all’inserimento della vicenda privata di una giovane coppia di innamorati, separata dalle differenze religiose. Questa scelta, evidentemente esemplare oltreché funzionale a mettere in scena i contrasti sociali all’interno della popolazione indiana, indebolisce purtroppo la narrazione del film, che diviene spesso eccessivamente retorica e melodrammatica.

Ben più interessante è, invece, l’accurata descrizione della vita all’interno del sontuoso Palazzo del Viceré: regole, rituali, interessi, tensioni della classe dirigente dell’aristocrazia inglese sono esplorate con efficacia e acuto umorismo.

L’influenza delle ormai dimenticate grandi produzioni inglesi che hanno dipinto epicamente importanti capitoli storici (si pensi a David Lean o James Ivory) è evidente in quello che può sicuramente definirsi il film più ambizioso di Gurinder Chadha.

Egregio l’intero cast, che oltre ai due già citati protagonisti, comprende vecchie glorie del cinema come Om Puri, recentemente scomparso, e Michael Gambon.

 

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