Il club delle lettrici, Jennifer Scott

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Il club delle lettrici, Jennifer ScottCi sono libri che fanno innamorare. Libri che ti aiutano a dimenticare. Libri che significano un nuovo inizio. Perché entrare in un libro è come vivere un’altra vita, ogni volta diversa. Per Jean i libri sono tutto questo, e altro ancora. Erano la cosa che lei e il marito amavano di più, prima che lui la lasciasse, stroncato da una malattia impietosa. Così, a due anni dalla sua morte, quasi per caso, i libri sono tornati a essere al centro della sua vita: ogni secondo martedì del mese, infatti, Jean prepara una deliziosa cenetta, apre una buona bottiglia di vino, e invita le sue quattro amiche per parlare dei libri letti durante il mese. Un book club nato quasi per caso, un po’ scalcagnato e innaffiato da molto vino rosso, in cui le storie più belle della letteratura tornano a rivivere… e continuano a insegnare qualcosa anche a Jean e alle sue amiche. Rendendo più intense le loro vite. Grazie ai libri qualcuna si innamorerà, qualcun’altra troverà il coraggio di lasciare la vecchia vita, e tutte impareranno il valore della cosa più importante che c’è: l’amicizia.

 

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere questo libro di Jennifer Scott, purtroppo, sarebbe noioso. Oppure lento. Oppure tremendamente pesante. Non sono solita lasciare a metà una lettura, neppure quando è deludente, ma vi assicuro che questa volta ho fatto una fatica tremenda a trovare le motivazioni per proseguire nella lettura fino alla fine.

Ho iniziato “Il club delle lettrici” con le migliori intenzioni – mea culpa, in effetti. Dopo tutti i pezzi che ho scritto sulla questione e i romanzi che hanno confermato le mie osservazioni, non ho ancora imparato che un titolo, una copertina e persino una sinossi ad hoc, quando si gioca con la classe lessicale di libri/libreria/lettori, non bastano per stare tranquilli. Che la fregatura, tutta giocata sul marketing, è sempre dietro l’angolo.

Il primo capitolo faceva ben sperare. C’era qualcosa che avvicinava la storia a quella raccontata in “Jane Austen Book Club” di Karen Joy Fowler – neppure quello un capolavoro, in effetti, ma quanto meno leggibile (qui potete leggere la recensione su Parole a Colori)-, con questo gruppo variegato di donne, ognuna con i propri problemi e preoccupazioni, che si incontrano ogni mese per parlare di libri, ma tutto sommato gli spunti avevano un che d interessante.

Dal secondo le cose sono precipitate. Non è che le cose brutte nella vita non succedano solo perché non se ne legga – altrimenti detto, si sa che esistono i tumori, i problemi di alcolismo, gli adolescenti incastrati in una vita familiare di m***a e affrontare queste tematiche delicate in un romanzo può anche essere un modo per scuotere le coscienze, o almeno far riflettere -, ma c’è davvero bisogno di essere così pesanti?

Quando si ha in mano un’opera di narrativa lo stile è tutto, almeno secondo il mio modesto parere. Le tematiche peggiori trattate con il tono giusto, con le parole giuste, con il ritmo giusto possono tenere un lettore incatenato dalla prima all’ultima pagina. Di contro – ed è questo il caso -, uno stile pesante, ripetitivo, che tende ad appiattire il tutto può provocare l’effetto contrario e far sbuffare il malcapitato lettore una pagina ogni due.

La protagonista Jean è di una pesantezza estrema. Esce da un periodo terribile, con la morte del marito per un male incurabile, quindi chi legge è tendenzialmente portato a giustificarla… almeno per le prime 50 pagine. Dopo no. La scelta di alternare senza soluzione di continuità, senza motivo, senza interruzioni – neppure grafiche – passaggi del presente a ricordi del passato non paga. Dopo il secondo flash back nel corso del quale Jean ricorda come fosse tutto perfetto quando lui era lì… volevo solo andare avanti. Il problema è che è proprio lo stile con cui viene raccontata tutta la questione che è di una pesantezza estrema. Non c’è differenza tra i ricordi di Jean, il racconto del presente, i passi, teoricamente, più leggeri. La storia non scorre, la trama non procede.

Le amiche di Jean, le compagne del book club, con le loro vite incasinate e le voci diverse, purtroppo, non portano nessuna ventata di freschezza. Anche le scene corali sono di una lentezza esasperante, non convilgono, non fanno nemmeno sorridere. Si avverte il tentativo da parte dell’autrice di diversificare i personaggi e dare a ciascuna una sua personalità, una propria voce caratteristica. Ma purtroppo il tentativo fallisce miseramente.

Che dire poi della “voce” – e del personaggio stesso – della nipote Bailey? Ancora una volta, non è tanto il problema di quello che dice – o pensa – ma di come lo fa. Una ripetitività da fare paura. La trama che per pagine e pagine non fa un solo, piccolissimo passo in avanti. Posso anche aver provato un moto di simpatia iniziale per questa 16enne arrabbiata a morte coi genitori, costretta a fare da madre alla madre alcolista e che incolpa il padre di averla abbandonata. Posso aver almeno in parte giustificato i suoi tentativi distruttivi di attirare l’attenzione. Però… i suoi sproloqui interiori ripetitivi, dove per pagine e pagine non si aggiunge niente alla trama, ecco quelli non li giustifico. Non li capisco neppure. Una pesantezza da peperonata a cena.

Cosa altro possiamo dire di questo libro, che avrete capito vorrei non avere mai iniziato? Le potenzialità per un romanzo quanto meno stuzzicante c’erano tutte. Non necessariamente quando si parla di lettori deve essere tutto rose e fiori e storie fiabesche, ma si possono anche narrare storie vere, “crude”, realistiche. Il problema è saperlo fare. Una buona idea, senza uno stile decente e un ritmo sopportabile, resta solo una buona idea. E non basta per soddisfare i lettori. O almeno, non me.


 

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