di Federica Gamberini

 

Tutti fuori e dentro Londra – compresi voi, cari lettori italiani, che state scorrendo questo articolo – stanno aspettando che il 61° BFI London Film Festival inizi.

Il grande pubblico freme nell’attesa di vedere quei grandi ponti di velluto rosso, che per undici giorni si snodano tra Leicester Square a Southbank, riempirsi di registi e attori famosi, tirati a lucido per la grande competizione.

Gli amanti dei film, invece, sono già appostati nei luoghi di interesse, a informarsi e a comprare i biglietti per completare la loro missione di undici giorni, tra grandi storie e personaggi su pellicola. Stretti agli immancabili taccuini e con i computer sottobraccio, i giornalisti hanno già cominciato ad assaporare la multietnicità del festival di Londra.

Al BFI Southbank, il cuore pulsante della kermesse, alcuni reporter si affrettano ad annotare idee e impressioni del dopo film, mentre altri s’ingegnano o per trovare pace sugli scomodi divanetti o per risolvere il mistero di quel puzzle a incastro che è la tabella di marcia della scaletta di proiezioni stampa e incontri, stilata ad hoc – o così dovrebbe essere – per loro.

 

IL TRIONFO DELLA MUTLICULTURALITÀ

È proprio sfogliando il programma che si scopre come siano la multiculturalità e l’arte del ridefinire a farla da padrone quest’anno al festival. In una Londra ancora imbronciata per la Brexit, il London Film Festival si apre a film che ridefiniscono le immagini della donna, dell’altro, dell’amore, dell’omosessualità, del diversamente abile e dell’amicizia.

Sulla scia di pellicole come “La teoria del tutto” o “Quasi amici”, il film d’apertura della kermesse, “Breathe” di Andy Serkis, parla di quell’amore che non muove solo il sole e le altre stelle, ma anche chi nella malattia si trova prigioniero del proprio corpo.

Si continua con “La battaglia dei sessi” di Jonathan Dayton e Valerie Faris, con Emma Stone, che ricostruisce la narrativa tipica dei film sullo sport portando all’attenzione del grande pubblico il leggendario match di tennis King-Riggs del 1973, un trionfo dell’uguaglianza.

Il festival di Londra trova anche spazio per discutere l’immagine dell’altro, con film, da tenere sott’occhio, come “Angels wear white” (Cina) e “Beyond the Cloud” (India), che si contendono il premio più ambito, o “Before Summer Ends”, un on the road con protagonisti tre amici iraniani in esplorazione della Francia.

Ma non sono solo i grandi temi e le grandi storie a contribuire a questo trionfo della multiculturalità. Il BFI, infatti, si apre anche al privato, e lavora sulle storie intime di uomini e donne alle prese con il dolore e l’amore, in tutte le sue forme, fino alla totale dissoluzione. In questo filone rientrano sicuramente “The Cakemaker”, “Journeyman”, “Mudbound”, “The Lovers”, “You were never really here” e “The Meyerowitz Stories”.

 

A PROPOSITO DELL’INVIATA

Dopo ben due paragrafi spesi a raccontare cosa aspettarsi e cosa aspettare, di questo London Film Festival, mi chiedo: e tu, Federica, cosa ti aspetti? Io sono qui, al mio computer, divisa tra le mail scambiate con gli organizzatori e gli appunti sulla miglior strategia per affrontare la ricca programmazione. In mano una penna, un taccuino e la mia inseparabile “Bibbia”, la guida del BFI 2017.

Più che aspettarmi qualcosa di preciso, attendo, incantata dalla magia del festival, di imbarcarmi nella mia prima avventura come inviata di Parole e Colori.

Ma, soprattutto, spero, articolo dopo articolo, di avvicinare voi lettori alle emozioni e sensazioni di questo festival, perché possiate vivere il cinema così come lo si vive, qui, a Londra: un’occasione per incontrarsi, per conoscersi, e, soprattutto, per creare un momento di condivisione, sia delle nostre somiglianze, sia – soprattutto – delle nostre differenze.

 

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