Anita Book: quando scrivere e leggere sono un’attività magica

Intervista alla scrittrice e blogger che cerca di diffondere il meraviglioso virus della lettura

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di Serena Carlucci

 

Non solo scrittrice, ma blogger e lettrice accanita: questa è Anita Book.

Dal 2008, attraverso il blog L’ora del libro, porta avanti una missione importante quanto difficile, diffondere il virus della lettura.

Nel frattempo ha pubblicato tre romanzi: “Tutta colpa del prof.” (Gruppo Albatros Il Filo), “Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della terra” (Dunwich edizioni) ed “Everlasting. Il nuovo mondo” (Golem edizioni).

Inguaribile romantica, ama le storie ambientate in epoca vittoriana ma anche i gialli e i misteri, e le poesie di Neruda, Baudelaire e Whitman riescono sempre a farle tornare il sorriso.

Conosciamo meglio questa ragazza piena di sogni e voglia di fare nella nostra intervista.

 

Ciao Anita e benvenuta su Parole a colori. È un piacere averti qui. Rompiamo il ghiaccio parlando del tuo blog, L’ora del libro. Come e quando è nato?

La domanda di rito, insomma. L’Ora del Libro è nato ben sette anni fa (quasi otto), mentre passeggiavo in libreria con mia mamma e fui sfiorata da un’idea semplice, in quel momento forse un tantino bizzarra, che però poi si è rivelata vincente, rivoluzionaria per la mia stessa vita. Condividere l’arte di essere lettori, di perdersi nei reami incantati delle pagine e dell’inchiostro, all’epoca mi sembrava l’unica via possibile per annientare una malinconia che aveva occupato un posto parecchio ingombrante nelle mie giornate mettendo le radici. Ed ecco allora che cominciarono i miei appuntamenti davanti all’obiettivo della videocamera, in compagnia di una buona tazza di tè e di un entusiasmo febbrile che mi porto tuttora addosso.

Nella home del tuo blog si legge che “da grande” sogni di fare la scrittrice. Quand’è che lo hai deciso?

Quando la vita è diventata troppa da non riuscire più a contenerla. Quando il sole che splendeva sosteneva il peso di un buio sconfitto con pazienza, dedizione, dolore e sacrificio. Quando si è fatta chiarissima la strada da percorrere per il domani: raccontare, attraverso la scrittura, aiutata da questi diamanti preziosissimi che sono le parole, i mille modi che abbiamo per rinascere, amarci, stanare la bellezza delle cose, stupirci delle meraviglie del mondo.

Bellissima visione della scrittura. Hai condiviso sin da subito le tue storie oppure ci sono cose che hai tenuto solo per te?

È naturale che un autore soffra di una gelosia bonaria nei confronti dei propri figli ma non ho mai permesso che questa premura sfociasse in un egoismo improduttivo e asfissiante. Anzi, è giusto che le storie prendano aria, che i personaggi incontrino occhi diversi da quelli materni, per fortificarsi e presentarsi al mondo nella loro versione migliore.

Cosa hai provato quando hai avuto fra le mani la prima pubblicazione?

Impossibile da descrivere. Avevo l’impressione che mi stesse esplodendo il cuore. È stato allora che ho capito di che tipo di felicità potesse essere fatta la vita.

Parliamo dei tuoi libri editi…

Tutta colpa del prof.”, che chiamo il mio primo esperimento da laboratorio, “Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra”, una sfida di livello un po’ superiore, e per finire “Everlasting. Il nuovo mondo”, il mio primo viaggio fantasy per davvero.

Concentriamoci sulla tua ultima creazione. Com’è nato “Everlasting”?

Potrebbe essere una domanda da dieci milioni di dollari, sapete? Parlare della genesi di questo romanzo prevede inevitabilmente un salto temporale indietro di qualche anno. Volevo raccontare il fantastico, questa la premessa, e desideravo farlo per due motivi in particolare: un’affezione personale al genere e una sorta di gratitudine urgente a quell’autrice che, più di tutti, mi aveva salvato il cuore nel periodo più difficile della mia adolescenza. Lei, J.K. Rowling. Assodato ciò, aspettai di avere l’intuizione, senza pretese, e dopo non molto bussò alle porte della mia immaginazione Henrik Pedersen, protagonista del libro. Dedicarsi allo sviluppo narrativo di un personaggio maschile non è stato affatto semplice, ma ho accettato il rischio e alla fine mi sono divertita un mondo. In fondo, ritengo che per scrivere una buona storia non serva altro che affidarsi a essa.

C’è qualche personaggio in cui hai messo qualcosa di tua, che ti rispecchia?

Ce ne sono eccome, ma non farò confessioni, ai lettori il compito di scovarli. Di certo è quasi impossibile non rimanere immischiati. E poi è bello nascondersi tra i propri personaggi, fa sentire meno soli e incompresi. Ti ricompone. La protagonista a cui ho dato di più, comunque, è indubbiamente Suzie, questo posso affermarlo con certezza.

Oltre alla scrittura e alla lettura hai altre passioni?

Il canto, sicuramente. Sono cresciuta in una famiglia di artisti, tra cantanti e musicisti, e il cuore non ha impiegato molto ad ascoltarne il richiamo.

Cosa consiglieresti a chi, come te, sogna di fare lo scrittore?

Di perseverare, che è una parola grossa al giorno d’oggi, e significa mantenere uno stato d’animo a lungo, nel nostro caso un certo rigore, e quindi avere controllo sulle emozioni e conoscere a fondo i propri desideri. Non esistono scorciatoie per arrivare alla meta, persino quando vogliono farvi credere il contrario. E anche se ci fossero, sarebbero assai noiose e rovinerebbero il sapore dell’avventura. So che può sembrarvi un’illusione credere che il tipo di vita e di felicità che avete sempre sognato possano acquisire una forma concreta, ma vi garantisco che lavorando sodo, disciplinando l’intelletto a una visione serena e ottimistica, giurando obbedienza al cuore, avrete il potere di far accadere qualsiasi cosa. E poi, mi raccomando, non si scrive senza una buona sessione giornaliera di lettura.

Sei mai incappata nel blocco dello scrittore o in quello del lettore? Cosa consigli per superarli?

Sì, ho provato entrambi. Le prime volte ho provato con l’autocommiserazione ma ha solo peggiorato la situazione, così ho imparato una lezione fondamentale: in quanto essere umani, bisogna darsi tempo, tranquillizzarsi e staccare la spina per un po’. Io uscivo per una camminata rigenerante, un gelato, una chiacchierata con gli amici, una canzone da cantare in casa a squarciagola. Concedetevi qualsiasi altra attività e non preoccupatevi. Immaginate di dover ritornare in asse, di essere stati decentrati. È legittimo ricaricarsi. Quando vi rimetterete a scrivere e/o a leggere, sarete come nuovi.

E come si reagisce, invece, al rifiuto da parte delle case editrici?

Bene. Male. Non è una reazione emotiva che si può ben inquadrare. Personalmente, di ogni rifiuto ricevuto ne ho sempre conservato una copia cartacea fino a trasformarlo in un inno di battaglia. Non possiamo aspettarci che vada tutto liscio, o che la salita per raggiungere le proprie ambizioni sia indolore. C’è da spendersi intensamente, addestrandosi a trasformare ogni delusione in uno stimolo più forte di quello precedente. Per dirla come Leonard Cohen: “In occidente non esiste la cultura del perdente, ma solo l’esaltazione del vincitore. Ma è nella sconfitta che si manifesta la gloria dell’uomo”.

Com’è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Con quelli che hanno amato i tuoi libri e con quelli che invece ti hanno mosso delle critiche?

I lettori sono stati, sono e saranno il mio carburante, la mia dipendenza. Anita Book scomparirebbe senza la loro presenza. Ho ricevuto una critica sincera dalla lettura dei miei libri e ne sono estremamente lusingata. Non me ne faccio niente di un commento compiacente e fasullo, senza alcuna personalità emotiva, ma desidero invece un parere costruttivo e leale, anche quando la mia scrittura non ha fatto centro.

Grazie per essere stata con noi, Anita. Vorrei salutarti chiedendoti di condividere con noi un ultimo pensiero. Cosa sono, per te, la lettura e la scrittura?

Grazie a voi per la disponibilità e il tempo che mi avete dedicato. Rispondo con una parola che racchiude il senso di entrambe: pura, incontenibile e prodigiosa magia.

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