di Luciaconcetta Vincelli

 

È possibile che il mezzo espressivo contemporaneo per eccellenza, la fotografia, diventi anche la fonte più autentica per raccontare con verità il mondo?

Secondo la World Press Photo Foundation di Amsterdam la risposta è sì, e la mostra World Press Photo 2017, ospitata al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 28 maggio, ne è stata la conferma.

La formula magica per riuscire a descrivere la realtà attraverso le immagini? L’investigazione del giornalismo associata alla complessa immediatezza della fotografia, per un’informazione meno filtrata, più autentica.

Nonostante i nobili intenti, dell’iniziativa si parla poco. Eppure il Premio World Press Photo rappresenta, da oltre 60 anni, uno dei riconoscimenti più ambiti nel settore del fotogiornalismo.

Numerosi professionisti partecipano, sottoponendo scatti e ricerche a una giuria indipendente di esperti internazionali. Per l’edizione 2017 sono stati 5034 i fotografi in lizza, provenienti da 125 Paesi, per un totale di 80.408 immagini inviate. Alla fine i vincitori sono stati 45.

L’ingresso della mostra romana. ©Carmine Vincelli

Una composita vocalità caratterizza il racconto esposto in anteprima mondiale a Roma, figurando un reticolo di direzioni nelle sale di Via Nazionale, in cui si percepisce una vastità non vuota, riempita di tensione tra gli scatti.

Si resta immobilizzati, con il rischio di resa, di fronte a costatazioni di crudeltà, distruzione e degrado pullulanti nel mondo. Con empatia, è facile immedesimarsi nel terrore della bambina fotografata dal francese Laurent Van der Stockt a Mosul, durante l’irruzione dell’ISIS nella sua casa.

Ma, mentre ci addentriamo in silenzio tra i drammi che generiamo e che ci affliggono, l’azione richiama, soprattutto nel suo contrasto con la logica, la giustizia e l’impreparazione.

L’impiccagione di un serial killer in Iran incorniciata con geometria da Hossein Fatemi, i viaggi sospesi tra salvataggio e abbandono su ponti di imbarcazioni troppo cariche dell’inglese Mathieu Willcocks, il funerale coperto di nebbia di Fidel Castro lungo la strada di Santiago de Cuba percorsa dal cileno Thomas Munita. Fino alla riflessione del tedesco Peter Bauza parcheggiata come il carrello della nostra spesa commerciale, opportunamente vuoto, in una stanza rovinata del Copacabana Palace, casa abusiva in Brasile.

Riecheggiano, allora, e ci risvegliano le parole di Oscar Wilde:

Il nostro unico dovere nei confronti della storia è di riscriverla.

In un contesto come questo, l’istinto è chiamato a partecipare al presente, a denunciare accadimenti che interessano il substrato più umano di noi, con l’imbarazzo che ci paralizza ogni qualvolta ci posizioniamo di fronte alla Storia.

Si produce un paradosso, ingestibile a tratti o stimolante, come il cerchio di terreno risparmiato dall’asfalto, protetto dall’istantanea del russo Valery Melnikov e curato da un anziano, capace ancora di dedicarsi a un fiore.

Pur nelle sue notizie distruttive, nell’attualità disorientante, la mostra si propone allora come ricostituente, incita alla ricostruzione sin dall’allestimento: i singoli scatti si posizionano come frammenti del reportage integrale di ciascun fotografo, lungo un preciso asse di forza della storia vissuta e raccontata dai partecipanti.

©Carmine Vincelli

Tuttavia, nell’esposizione equamente calibrata, cosa significa assegnare il primo premio all’immagine An Assassination in Turkey di Burhan Ozbilici, che inquadra l’uccisione dell’ambasciatore russo Andrei Karlov ad Ankara, il 19 dicembre 2016, da parte del poliziotto ventiduenne Mevlut Mert Altintas durante l’inaugurazione di una mostra d’arte?

“Abbiamo ritenuto che la foto dell’anno dovesse essere un’immagine esplosiva che parla dell’odio dei nostri tempi”, ha spiegato Mary F. Calvert, uno dei membri della giuria.

In confronto a tale trionfo della violenza, con rischio di celebrazione angosciante, appare confortante e, allo stesso tempo, denso di rimandi e denunce il lavoro dell’italiano Francesco Comello L’Isola della Salvezza.

“Le lezioni a scuola si fermano per il tempo della raccolta delle patate, a cui partecipano tutti i bambini, tra cui Maria e Alexandra, fotografate qui in un momento di pausa”. Con questa breve didascalia, l’approccio alla Storia dell’uomo cambia, offrendo una tregua alla corsa ansiosa delle vicende a cui siamo ormai anestetizzati, e proponendo un punto di partenza nella serenità di un centro spirituale ed educativo in Russia.

In questi differenti approcci, dunque, la formula magica dell’informazione odierna avrà funzionato? Probabilmente sì, ma non basta. Come insegna il fotografo Mario Giacomelli, la figura nera aspetta il bianco. Il presente esige il futuro.

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