“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”: la dura realtà del Midwest incanta

Regia di Martin McDonagh senza una pecca, sceneggiatura eccezionale, interpretazioni da Oscar

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di Valeria Lotti

 

Un film di Martin McDonagh. Con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, John Hawkes, Peter Dinklage. Thriller, 110’. USA, Gran Bretagna, 2017

Data di uscita italiana: 11 gennaio 2018

 

Questo film merita un premio. Voglio iniziare così, senza giri di parole. Non so dirvi nello specifico quale, ma sarebbe un crimine contro la settima arte se “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh non ne ricevesse alcuno alla Biennale di Venezia, dove è stato accolto da grandi applausi.

Non si tratta di un film gradevole, al contrario è ruvido, crudele, violento, sofferente, scorretto. Tiene lo spettatore incollato allo schermo per centodieci minuti e poi lo lascia turbato per il resto della giornata. È dunque splendido.

La vicenda è ambientata in una anonima cittadina del Midwest. Mildred Hayes (McDormand) affitta tre grossi cartelloni per riportare l’attenzione sul caso irrisolto del brutale stupro e omicidio di sua figlia Angela.

Attraverso quei manifesti attacca apertamente lo sceriffo Willoughby (Harrelson), incurante del fatto che l’uomo sia gravemente malato e che abbia fatto il possibile a suo tempo per risolvere il caso, e scatena reazioni a catena in città, che coinvolgono tra gli altri uno dei poliziotti di Willoughby, Jason Dixon (Rockwell: strepitoso!), un buono a nulla razzista.

I temi politici e sociali affrontati sono tanti e anche pesanti, ma non pesano mai, sembra invece che passino lì per caso menzionati in una battuta o evidenziati da un comportamento. Poi si ride.

Dico sul serio: ci sono così tanti momenti ilari che innescano una comicità capace di incastrarsi perfettamente nella trama, scoprendo ancor di più l’umanità dei personaggi, perché in fondo è così che succede nella realtà, troviamo qualcosa di buffo anche nei momenti più neri.

Il mondo dipinto dal film è fatto di violenza, ignoranza ed egoismo, perché questo è. Eppure, all’interno di tutto questo male può esserci del bene, come ci dimostra lo sceriffo Willoughby, anche se poco e debole, perché – di nuovo – questa è la vita vera.

Niente esagerazioni holliwoodiane, insomma, solo la triste realtà, coronata da un finale così aperto che chiude in modo perfetto la pellicola.

Woody Harrelson e Frances McDormand in una scena. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” (2017)

Cosa dire ancora? La regia non ha una pecca, la sceneggiatura è eccezionale, le interpretazioni sono da Oscar – aggiungo Rockwell alla lista dei candidati che vorrei vedere il prossimo anno contendersi l’ambita statuetta.

C’è chi parla di capolavoro, e probabilmente ha ragione, perché “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” va oltre il bel film. È tante cose ma non bello – o almeno non lo è nel senso convenzionale del termine.

Una pellicola da assorbire voracemente, lasciandosi trasportare e sconvolgere. E che alla fine lascia, quasi senza che ce ne rendiamo conto, un sorriso sulle labbra.

 

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