“The habit of beauty”: un’opera prima ambiziosa, tra Londra e il Trentino

Una coproduzione inglese e italiana, con alte ambizioni, un grande cast, ma un'identità poco marcata

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Un film di Mirko Pincelli. Con Francesca Neri, Vincenzo Amato, Noel Clarke, Nico Mirallegro, Nick Moran. Drammatico, 89’. Gran Bretagna, 2016

 

Sogno, amore e perdita, tra la Gran Bretagna e l’Italia: sono questi i temi principali di “The habit of beauty”, opera prima girata soprattutto a Londra e in lingua inglese dell’italiano Mirko Pincelli.

La gallerista d’arte Elena (Neri) e il fotografo Ernesto (Amato) erano una coppia felice che viveva con il figlio dodicenne, fino a che un incidente d’auto non ha cambiato per sempre le loro vite.

Oggi Ernesto ha perso ogni stimolo personale e professionale, e passa il tempo tra relazioni con modelle giovanissime e il volontariato in un penitenziario londinese, dove insegna fotografia ai detenuti.

Tra i suoi allievi c’è Ian (Mirallegro), ragazzo problematico ma con un talento naturale per la materia. Una volta scarcerato, Ernesto gli propone di aiutarlo a organizzare la sua nuova mostra. Quello che il ragazzo non sa è che quella mostra dovrebbe essere l’ultima, e che Ernesto ha chiesto anche l’aiuto di Elena, che non incontrava dall’epoca dell’incidente.

Enrico Tessarin, produttore inglese e sceneggiatore della pellicola, ha avuto l’ambizione di costruire una storia dove potessero coesistere l’atmosfera, la mentalità e gli usi della classe operaia inglese e il doloroso racconto di una famiglia italiana distrutta da una tragedia.

L’ambizione, purtroppo, non si è tradotta in una sceneggiatura chiara, lineare e convincente. La storia, infatti, per quanto sentita, manca di una chiara identità narrativa.

La parte inglese, che evoca Ken Loach nei toni e nello stile, risulta più intensa, fluida e interessante. Il pubblico è coinvolto dalle scelte difficili che Ian è chiamato a compiere per affrancarsi da un ambiente familiare e sociale difficile, entra in sintonia con il personaggio, si immedesima.

La storia d’amore e di dolore tra Ernesto ed Elena, invece, appare confusionaria, pasticciata. Nonostante la presenza di due artisti del calibro di Vincenzo Amato e Francesca Neri, esperti e talentuosi, il tutto risulta freddo, poco sentito. Forse tra i due non è scattata la scintilla.

Mirko Pincelli, all’esordio alla regia di un lungometraggio, mostra buone potenzialità sul piano creativo e dello stile, oltre che della mera direzione del cast. Il tempo e l’esperienza gli daranno modo di limare i limiti tecnici e artistici qui emersi.

La coproduzione italiana ha inevitabilmente imposto dei cambiamenti alla sceneggiatura originale, che alla fine hanno pregiudicato la buona riuscita del film. Una storia solo londinese avrebbe avuto nel complesso più senso.

“The habit of beauty”, con i suoi difetti e limiti, è comunque un’onesta e dignitosa opera prima, e come tale va sostenuta. A maggiore ragione se si pensa alla Londra odierna, in odor di Brexit, ambiente un po’ meno accogliente per gli italiani e gli europei.

 

Il biglietto da acquistare per “The Habit of beauty” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre. 

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