Tempo di Natale, tempo di pandoro e panettone

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di Federica Zanoni (Kikka)

 

panettoneSe “sbirciassimo” nella case degli italiani in questo periodo di festa, sotto gli alberi di Natale troveremo quasi sicuramente tutta una serie di dolci tradizionali. Panettone e pandoro sono lì, in attesa di essere gustati.

Chi, come me, non può mangiare alimenti lievitati non è certo escluso dai dolci peccati di gola. Ecco che sulla tavola possono trovare posto cioccolato, frutta secca, biscotti al miele, alla cannella, alle mandorle.

Il mio consiglio è quello di acquistare prodotti freschi e artigianali, dal pasticcere o dal fornaio vicino a casa. È vero che hanno un costo maggiore rispetto ai prodotti confezionati, ma quando è possibile cerchiamo di trattare bene il nostro corpo prestando attenzione a ciò che mangiamo.

Tra cene degli auguri, cenoni e pranzi vari essere attenti non è sempre facile. Ecco alcuni consigli per scegliere al meglio i vostri dolci acquisti.

1) Panettone e pandoro sono diciture protette dalla legge. Leggete con attenzione le etichette, per essere definiti tali i vostri prodotti devono essere lievitati naturalmente e non devono contenere grassi idrogenati.

2) È obbligatoria la presenza di uova di gallina di categoria “A”.

3) La presenza di burro di cacao è indice di qualità.

4) Il panettone deve essere soffice e non gommoso, la pasta interna di un bel giallo intenso; il gusto non deve esser troppo dolce ed il lievito non si deve sentire.

5) Il pandoro non deve essere scuro all’esterno; all’interno le bolle della pasta devono essere piccole ma omogenee.

6) Questi prodotti sono ricchi di amido e presentano un discreto contenuto di proteine data la presenza delle uova.

 

Piccoli suggerimenti, per rendere la scelta più attenta. Ma conoscete la storia di questi dolci?

La vera origine del panettone va ricercata nell’usanza diffusa nel medioevo di celebrare il Natale con un pane più ricco di quello di tutti i giorni. Un manoscritto tardo quattrocentesco di Giorgio Valagussa, precettore di casa Sforza, attesta la consuetudine ducale di celebrare il cosiddetto rito del ciocco. La sera del 24 dicembre si poneva nel camino un grosso ciocco di legno e, nel contempo, si portavano in tavola tre grandi pani di frumento, materia prima di gran pregio per l’epoca. Il capofamiglia ne serviva poi una fetta a tutti i commensali, serbandone una per l’anno successivo, in segno di continuità con il passato.

Io preferisco però la versione del “povero” Toni. Alla vigilia di Natale, il capocuoco degli Sforza brucia il dolce preparato per il banchetto ducale. Toni, allora, decide di sacrificare il panetto di lievito madre che aveva tenuto da parte per il suo Natale. Lo lavora a più riprese con farina, uova, zucchero, uvetta e canditi, fino a ottenere un impasto soffice e molto lievitato. Il risultato è un successo strepitoso, che Ludovico il Moro chiama Pan de Toni in omaggio al suo creatore.

E il pandoro? La sua nascita risale al 1800, come evoluzione del Nadalin, un dolce veronese. Il 14 ottobre 1894 Domenico Melegatti, fondatore dell’omonima industria dolciaria, depositò all’ufficio brevetti l’immagine di un dolce morbido e dal caratteristico corpo a forma di stella a otto punte, opera dell’artista Angelo Dall’Oca Bianca, pittore impressionista.


Anche per oggi è tutto. Che amiate il ricco panettone o il più semplice pandoro, che come me siate costretti a fare di necessità virtù e a rinunciare a questi dolci tradizionali in favore di altri non meno golosi, vi auguro buon Natale e buone feste. Ci rivediamo nel 2015 con Pianeta Benessere!

 

 

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