Sulle orme di Lewis e Clark: intervista ad Emanuela Crosetti

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di Valentina Zucchelli

 

Emanuela Crosetti è giornalista, autrice, fotografa e videomaker. Viaggiando lungo le strade meno battute del mondo realizza reportage fotografico-narrativi, unendo parola e immagine, visione e verbo, forma e contenuti.

Ha collaborato con riviste nazionali musicali, realizzato le fotografie per libri come “Summer Of Love” del produttore dei Beatles George Martin, condotto interviste ad artisti di fama internazionale.

Nel suo ultimo lavoro, “Come ti scopro l’America. Da Sant Louis al Pacifico con i leggendari Lewis e Clark”, si è messa sulle tracce dei capitani Meriwether Lewis e William Clark, che il 14 maggio 1804, al servizio del presidente Thomas Jefferson, partirono alla ricerca del famoso Passaggio a Nord Ovest. Un viaggio avventuroso lungo i fiumi Missouri e Columbia, attraverso l’inesplorato West fino alle coste del Pacifico.

Abbiamo parlato con Emanuela Crosetti del suo on the road, dei personaggi incontrati sulle strade dell’America, dei lati positivi e negativi di essere una donna che viaggia da sola.

 

Ciao Emanuela. Iniziamo subito parlando del tuo libro e del viaggio che lo ha ispirato. Com’è nata l’idea di questo on the road americano? Prima di partire avevi delle aspettative, e se sì il viaggio le ha poi confermate o no?

Il viaggio è nato sui libri dell’università: ho dato un esame di storia delle dottrine politiche e ho incontrato Lewis e Clark proprio tra i libri. Mi è venuta la curiosità di conoscerli di più, ma soprattutto mi sono detta: “Se io fossi nata nel ‘700, sarei partita con loro in spedizione”. Chiaramente nel 1700 non sono nata, ma nulla mi ha vietato di ripercorrere il tragitto dei due esploratori, i loro diari alla mano, e vedere cosa è cambiato e cosa no rispetto. Quindi il senso è: “Loro l’hanno esplorato per la prima volta, io ritorno e, ripercorrendo il loro esatto tragitto, racconto l’America. Loro incontrarono un’America, io ne incontro un’altra dopo 200 anni. Com’è quest’America?”. L’America è fatta di persone, quindi il fulcro è stato parlare con la gente e farsi raccontare gli episodi quotidiani, perché le persone fanno il luogo. Questo è stato l’incipit che mi ha portato a compiere il viaggio. Aspettative non ne avevo. Io di solito parto senza pianificare; sono curiosa, mi piace esplorare e stupirmi delle cose senza saperle prima, quindi non c’è aspettativa, c’è sempre e solo curiosità e scoperta.

Saint Charles

Punto di partenza?

Sant Louis, nel Missouri.

E poi?

Ho percorso circa 4.000 km seguendo i fiumi Missouri e Columbia, gli stessi che Lewis e Clark seguirono, per arrivare fino al Pacifico. Durante il viaggio ho dovuto fare una piccola deviazione, lasciando per un breve tratto il Missouri e guidando invece lungo il fiume Yellowstone. Ho dovuto farlo per uscire dal Nord Dakota. Si tratta di un’area molto pericolosa, dove il boom petrolifero ha portato trivelle, baraccopoli e uomini di dubbie intenzioni, e mi fu sconsigliato di attraversarla, essendo io una donna sola. Ne ho percorso solamente una piccola parte, circa 100 km.

Era il tuo primo viaggio in solitaria on the road?

Era il mio secondo viaggio negli Stati Uniti, ma il primo di questo tipo, sì.

Punto di arrivo?

Astoria, tra Portland e Seattle, sulla foce del fiume Columbia.

Astoria

Quanto tempo ci hai messo?

Un mese.

Deve essere stato impegnativo!

Si, oltretutto ho incontrato qualche imprevisto, perché ho demolito una macchina, che mi è finita giù da un burrone. Me ne hanno data una seconda, sostitutiva, che però era più un palazzo a quattro ruote, una Dodge Ram del 2005, che consumava tantissimo e da cui faticavo a salire e a scendere. Ogni volta che facevo benzina sentivo la carta di credito che si assottigliava. Oltretutto gli Americani sono molto ironici e vedendo me su questo catafalco le battute si sprecavano. Dopo quattro giorni mi sono detta: “No ragazzi. Io amo l’America, mi piacciono gli Americani, però basta, non posso subire questo tutte le volte che devo scendere”. Ho riportato indietro la Dodge e mi hanno detto la terza macchina, una normalissima berlina.

Hai detto prima che sono le persone, a fare il luogo. Personaggi particolari che ti sono rimasti impressi?

Un veterano di guerra. Sono entrata a mangiare in un ristorante e lui era di fronte a me. Mi ha raccontato di avere conosciuto il Generale Barton (Raymond Barton, che guidò lo sbarco in Normandia, ndr), di essere stato a Norimberga quando arrivarono i prigionieri per il processo, di aver visto lo Sputnik passare nel cielo. Il tutto in pochissimi minuti. Poi è salito sul suo pick-up ed è sparito in una nuvola di polvere. Questo personaggio mi è rimasto nel cuore, ma ne ho incontrati altri, che cercano le proprie radici in giro per l’America. Viaggiano per sapere chi sono. Ognuno mi ha raccontato aneddoti, parte della sua storia.

South Dakota

Io credo che nel momento in cui si viaggia l’ambiente affascina, entra sicuramente dentro, ma le storie delle persone sono ciò che rimane, perché diamo un volto ai racconti, alla storia. È anche un modo per identificare un luogo. I luoghi deserti possono essere affascinanti, ma li attraversiamo più per noi stessi che per altro. Sono stata in Canada, ad esempio, dove ho percorso strade deserte, centinaia e centinaia di chilometri di vuoto. In quelle circostanze ti rendi conto che sei a contatto con la parte più intima di te, quella con cui raramente dialoghi.

Gli Stati Uniti sono diversi. Essere lì, incontrare le persone e raccogliere le loro storie mi ha dato la dimensione di quello che è l’America oggi. Era il mio obiettivo di partenza. Louis e Clark parlarono con gli indiani, ascoltandone la vita, gli usi e costumi. Io volevo fare la stessa cosa con gli Americani di oggi. Poi sono quegli stessi Americani che hanno votato Trump alle ultime elezioni, persone legate alla loro cultura, molto orgogliose, tendenzialmente maschiliste. A volte anche grezze, razziste, nel senso che in tutti gli stati che ho attraversato non si vedono afroamericani. Quindi non mi stupisce [che abbia vinto Trump], così come non mi stupisce che al di là del Montagne rocciose abbia vinto la Clinton. Le Montagne rocciose sono un discrimen che segna una differenza non solo ambientale ma anche antropologica.

Cambia anche il tipo di persone che si incontrano?

A est delle Montagne rocciose personaggi molto grossi, lenti, ironici, vestiti con la camicia a quadri, il cappello e gli stivali. Non è uno stereotipo, di tipi così se ne incontrano davvero a bizzeffe! A volte molto rudi, molto spicci, però ridono di cuore e attaccano bottone con facilità. Dall’altra parte le persone si restringono, si asciugano fisicamente, le fattezze si fanno più europee, i modi più freddi. Sono gentili, se le interpelli ti rispondono, ma non hanno quella smania di comunicare.

Bannack

Hai viaggiato da sola per un mese. Dall’alto della tua esperienza cosa pensi della figura del travel-blogger che si sta diffondendo in questo periodo? Cosa consiglieresti a una ragazza/donna che voglia partire senza accompagnatori?

Innanzitutto conoscere la lingua del posto. Questo ti dà la libertà di capire, di comunicare, di chiedere aiuto. Personalmente non guido mai dopo il calar del sole, indipendentemente dall’ora; quando è buio smetto di guidare. Mi è capitato un inconveniente in Alabama: ero in autostrada di notte e avevo bucato. Non è successo nulla, mi hanno aiutata, ma ero sulla strada principale. Nel dubbio quando cala il sole cerco un posto dove dormire e finisco la mia giornata.

Io vado molto a sensazioni; a forza di viaggiare affini quel sesto senso che ti permette di capire se un luogo è affidabile o meno. A volte mi sono trovata in ambienti in cui non c’era qualcosa di tangibile che mi potesse dare delle preoccupazioni, non c’era nulla di pericoloso, eppure sentivo che quello non era il posto dove sarei dovuta essere e me ne sono andata. Io parlo molto con le persone, penso di riuscire a capire se qualcuno che si avvicina è affidabile o meno. Le cose poco piacevoli che mi sono capitate sono successe tutte a 1 km da casa. Una tentata aggressione, uno scippo e un furto, da parte di persone di cui non avresti mai sospettato.

Portland

A me piace viaggiare da sola; non ho nulla contro il viaggiare con gli amici, però diventa una vacanza, diventa un momento in cui ti svaghi cogliendo la bellezza del viaggio. Io non cerco il bello o il brutto quando viaggio da sola, cerco il vero. Viaggiare da sola mi permette di entrare più in contatto con le persone. Se sei in un gruppo le persone del luogo ti vedono più come un microcosmo, sentono una lingua diversa, difficilmente si avvicinano. Se sei da sola, per curiosità o anche semplicemente per essere d’aiuto si avvicinano. Questo ti permette di entrare in contatto con la realtà del luogo. Per me il viaggio è un’esplorazione. Non si smette mai di scoprire, di capire, di comprendere. Siamo di fronte a un poliedro che ha milioni, miliardi di facce, ognuno ne scopre qualcuna e la vive in maniera diversa.

Anche nel 2017 una donna che viaggia da sola viene guardata con sospetto, come una che va a cercare i problemi?

Dipende da come ti poni. A Torino, vicino a Porta Palazzo, c’è un quartiere dove non ci sono quasi più torinesi e vivono principalmente extracomunitari. Una giornalista si è lamentata di essere stata fischiata mentre si trovava lì, perché indossava minigonna, tacchi e trucco. Non voglio consigliare a una donna come comportarti o vestirsi, però bisogna capire il luogo in cui si è e mettersi nei panni delle persone che ci abitano. Io sono andata qualche giorno fa con una mia amica nello stesso quartiere, indossavamo jeans, maglietta e giacca e non ci hanno detto nulla. Ci siamo fermate in un locale a bere un tè e a fumare il narghilè, abbiamo incontrato dei ragazzi marocchini, c’è stato un piacevole scambio e siamo tornate a casa sane e salve.

Il mio paesino è il campo base, la mia casa è dentro di me. Io quando mi sposto sento di esserci. Il famoso essere “qui e ora” di Heidegger, ecco, io lo sono in viaggio.





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