“Di padre in figlia”: su Rai 1 il ritratto della famiglia anni ’60

Una serie ideata da Cristina Comencini, che nonostante il cast di spessore stenta a ingranare

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Una serie ideata da Cristina Comencini. Regia di Riccardo Milani. Con Alessio Boni, Cristiana Capotondi, Stefania Rocca, Matilde Gioli, Alessandro Roja, Domenico Diele, Corrado Fortuna, Denis Fasolo, Francesca Cavallin. Family drama, storico. 2017-in produzione

1 stagione – 4 episodi (90’)

 

Siamo nel 2017. Fino a ieri governava Matteo Renzi, e l’asse del Nord formata da Berlusconi e Bossi è storia della seconda Repubblica.

Eppure Cristina Comencini, autrice del soggetto della serie “Di padre in figlia” in onda a partire da martedì 18 aprile su Rai 1, ha immaginato una storia, permetteteci il termine, molto nordica, che farà felici gli elettori di Salvini mentre lascerà il resto del pubblico un po’ spaesato, se non incredulo.

Stando alla sinossi, la serie racconta l’emancipazione femminile in Italia tra il 1958 e il 1980, attraverso le vicende delle famiglie Franza e Sartori, proprietarie di una distilleria a Bassano del Grappa, in Veneto.

Tra confitti e ribellioni, il potere del padre Giovanni Franza (Boni) viene conquistato dalle figlie che hanno coltivato desideri di libertà, indipendenza e amore.

La prima domanda che ci poniamo è: chi ha scritto questa sinossi ha visto la prima puntata? Perché onestamente più che a una storia di emancipazione femminile e lotta di classe lo spettatore assiste a una riedizione mal scritta e mal costruita di una soap opera brasiliana anni ‘90, in dialetto veneto.

Alessio Boni e Stefania Rocca sono i coniugi Franza.

Sullo schermo si susseguono una serie irritante di luoghi comuni sulla figura del maschio italico di metà Novecento, dedito solamente al lavoro e alla soddisfazione dei propri piaceri carnali, con la donna ridotta a moglie silente e obbediente.

Servivano tre sceneggiatrici (Giulia Calenda, Francesca Marciano, Valia Santella) per scrivere una drammaturgia tanto banale, retorica, a tratti autoreferenziale nel voler raccontare l’evoluzione della figura della donna nella nostra società?

Se fossi in una militante del movimento femminista valuterei l’ipotesi di una querela per lesa maestà.

I personaggi maschili risultano declinati tutti allo stesso modo, senza alcuna modulazione dei caratteri e delle personalità: tristi e macchiettische rappresentazioni di quello che furono probabilmente i nostri nonni, padri e mariti ingombranti ma anche di spessore.

Alessio Boni, Denis Fasolo, Alessandro Roja e Corrado Fortuna si sforzano di seguire il copione ma nonostante l’impegno i risultati sono davvero modesti.

Le donne sono le protagoniste della storia, e almeno loro vengono rappresentate con diverse sfaccettature. Abbiamo la moglie, l’amante/prostituta, le figlie.

Sfortunatamente, anche in questo caso, la sceneggiatura risulta debole e inefficace nel raccontare i sentimenti di personaggi costretti a vivere in una zona d’ombra rispetto all’uomo, ma determinati a cambiare lo stato delle cose.

Cristiana Capotondi è Maria Teresa Franza.

C’è Franca (Rocca), moglie ubbidiente e schiva, decisa però a imparare a leggere e scrivere per poter rispondere alla lettera di un vecchio fidanzato, e Pina (Cavallin), che dopo la Legge Merlin si ricostruisce con dignità una vita, aprendo un negozio di stoffe.

C’è Maria Teresa (Capotondi) che vuole studiare e iscriversi all’Università in pieno ‘68 ed è però gelosa della disinvoltura sessuale della sorella Elena (Gioli), aspirante ballerina classica.

In un grigiore interpretativo, anche in chiave femminile, evidenziamo la dignitosa e apprezzabile performance di Cristiana Capotondi, che risulta nel complesso credibile e incisiva.

Delude invece Matilde Gioli, al suo primo ruolo importante in un progetto seriale. Chi mi legge lo sa, seguo con interesse l’attrice milanese sin dagli esordi e certo mi dispiace scriverlo, ma per quello che ho visto nella prima puntata la sua Elena appare debole, insipida, la personificazione di tutti i luoghi comuni. Da rivedere.

Sicuramente saremo smentiti dai dati Auditel e dai critici, e magari “Di padre in figlia” diventerà una serie amatissima in Italia, ma alla fine della prima puntata in me prevale la sensazione di un prodotto poco moderno, e poco coinvolgente.

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