Nosferatu: tra letteratura e leggenda – Parte 1

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di Francesca

 

I vampiri rappresentano un punto cardine della letteratura moderna e contemporanea, ma anche della cinematografia mondiale e del folklore di molti Paesi. I nosferatu, “non morti”, ci attraggono così tanto da stimolare ancora oggi la fantasia di molti autori, che costruiscono intorno a queste sinistre figure storie più o meno accattivanti, talvolta creando dei veri e propri fenomeni di massa.

Perché ci piacciono tanto i vampiri? Quali corde del nostro inconscio vanno a toccare? E come si è evoluta la figura del nosferatu in letteratura, dall’opera di Polidori a oggi? Non ci resta che entrare nella cripta del vampiro per scoprirlo…

 

 Il vampiro tra leggenda e realtà

Prima di iniziare, una premessa: questo articolo, ovviamente, non pretende di essere esaustivo nei riguardi di una leggenda ricchissima di tradizioni ed evoluzioni nel tempo. Alcuni spunti, però, potrebbero servire da stimolo per approfondire un argomento talvolta trattato superficialmente.

Il vampirismo inteso come il bisogno, da parte di esseri demoniaci, di nutrirsi di umani ancora vivi è un concetto vecchio come il mondo e già conosciuto in epoca greca e romana. Come già accennato prima, però, in base alla zona di provenienza della leggenda, il vampiro assume una caratterizzazione, una natura e un “modus operandi” ben precisi.

Il vampiro come lo immaginiamo noi, o meglio, come siamo abituati a immaginarlo attraverso film e romanzi, è quello proveniente dalla tradizione dell’est Europa. Tralasciamo la storia di Vlad l’Impalatore, che tutti conoscono almeno in linea generale, e andiamo invece a indagare le radici del revenant di natura slava.

Le superstizioni dei popoli dell’est si sono sovrapposte e mescolate alla religione cristiana. Prima dell’avvento di questa religione, infatti, i popoli slavi credevano già nell’immortalità dell’anima e ritenevano che questa avesse la possibilità di ricongiungersi al corpo dopo averlo abbandonato. Bisognava, dunque, tentare di prevenire qualunque azione vendicativa dell’anima stessa, purificandola con riti particolari, da compiere in modo rigoroso. Se questi riti venivano tralasciati, eseguiti male, o se la persona defunta era stata malvagia in vita, oppure era morta di morte violenta o senza ricevere il battesimo, la sua anima era impura e, quindi, potenzialmente distruttiva nei confronti del mondo dei vivi. Queste credenze, col tempo e la paura, hanno generato, in molti casi, fenomeni di isteria di massa che si sono conclusi con omicidi o macabri rituali eseguiti su cadaveri ritenuti vampiri o potenziali nosferatu.

I metodi per tenere lontano o uccidere un vampiro li conosciamo un po’ tutti, per fortuna solo attraverso “l’esperienza” indiretta letteraria e cinematografica. Vediamo, però, qualche sistema meno usuale o non molto utilizzato nelle storie moderne e contemporanee. In Russia, ad esempio, la tradizione vuole che il famoso paletto trafigga non il cuore, bensì la bocca, mentre in Germania si usava, in passato, la decapitazione per impedire al morto di ritornare. Inoltre non era soltanto l’aglio a rappresentare un rimedio efficace contro i vampiri: il biancospino, infatti, poteva tenerli ugualmente lontani e i paletti venivano costruiti privilegiando particolari tipi di legname, a seconda della zona.

Il vampirismo, poi, ha avuto diverse interpretazioni dal punto di vista medico, politico ed economico, in quanto questo concetto è strettamente connesso a timori come quello della morte, dell’ignoto, della vita nell’aldilà e alla sessualità repressa, oppure alla paura, condivisa da tutte le società, della corruzione e della prevaricazione del più forte sul più debole.

 

Confesso che questo parlare di non morti e cripte mi ha fatto venire un brivido lungo la schiena.

Tra una settimana approfondiremo meglio come la mitologia del vampiro sia cambiata in letteratura, da Polidori ad oggi. Vi aspettiamo per questo appuntamento con il mistero e il folklore. 

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