J. K. Rowling: perché i suoi libri non sono solo favolette per bambini

Come una serie di libri ha avvicinato alla lettura un'intera generazione, diventando più di una moda

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La scrittrice Joanne Rowling. Non tutti sanno che J. K. Rowling è uno pseudonimo: la K sta infatti per Kathleen, nome della nonna paterna.

di Maurizio Carucci

 

Nell’ultimo periodo il nome di J.K. Rowling è tornato ad essere sulla bocca di tutti – se mai se ne fosse andato – grazie a “Harry Potter e la maledizione dell’erede”, spettacolo teatrale ambientato dopo la fine della famosissima saga da cui è strato tratto anche un libro, e “Animali fantastici e dove trovarli”, primo di cinque nuovi film ambientati nel mondo magico.

Tuttavia, nonostante il successo planetario delle opere della scrittrice inglese, l’importanza della sua prima creazione fantasy rischia di essere sottovalutata, considerata da molti poco più che una “fiaba per bambini”.

Dieci anni or sono un mostro sacro del calibro di Stephen King, da sempre sostenitore e fan della saga di Harry Potter, scrisse un pezzo per l’Entertainment Weekly in cui sottolineò l’enorme peso specifico che la Rowling aveva avuto nel crescere una generazione, quella dei nati negli anni ’90, e avvicinarla alla lettura.

Sì, perché, oltre ad essere un’opera letteraria di altissima qualità, per caratterizzazione dei personaggi, originalità della trama e spessore dei temi trattati, la saga di Harry Potter è un gioiello per il suo essere camaleontica.

Basta leggere i primi due o tre libri – usciti in lingua originale tra il 1997 e il 1999 – per rendersi conto che, effettivamente, la storia era stata pensata per i più giovani. Ed è riuscita nel suo intento, raccogliendo attorno a sé un pubblico vastissimo di piccoli lettori – impresa non da poco in un periodo in cui cominciavano a farsi largo, nel campo dell’intrattenimento, le prime grandi console per videogiochi.

Tuttavia, un decennio intero intercorre tra la pubblicazione del primo e del settimo romanzo, pertanto c’era la concreta possibilità di perdere buona parte di quel pubblico, magari non più attratto da una storia puerile.

Ma è questo ciò che rende la Rowling una scrittrice tanto amata: i romanzi, come i personaggi in essi contenuti, crescono con i lettori, li prendono letteralmente per mano e li accompagnano attraverso gli anni dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi, in modo impercettibile e allo stesso tempo palese, senza mai essere inadeguati o noiosi.

Fino ad arrivare a “Harry Potter e i doni della morte”, che raggiunge picchi di rara drammaticità, sfumature cupissime e tristissime, per il semplice motivo che il lettore è ormai coinvolto in prima persona dopo un viaggio lungo dieci anni, e leggere delle peripezie di quei personaggi è come leggere delle sue o quelle di un fratello.

È questa l’importanza della Rowling: non solo ha avvicinato una generazione alla lettura, ma l’ha anche tenuta incollata alla carta e all’inchiostro per dieci lunghi anni, favorendo l’amore e la passione per la lettura stessa.

Possiamo dire, dunque, che la saga di Harry Potter è un “classico giovane” al pari di grandi romanzi che lo hanno preceduto, come “Alice nel Paese delle Meraviglie” o “Peter Pan”. A sostegno di questa affermazione, vi lasciamo con una citazione di Stephen King:

Harry prenderà il suo posto con Alice, Huck, Frodo e Dorothy…

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