Intervista a Giampaolo Spinato: troppi libri o troppo pochi?

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di Maria Cristina Ruggieri

 

In un’Italietta popolata da saggistica vaniloquente e critica tronfia, ci chiediamo se questo circolo vizioso (o virtuoso che sia) di editorie – presentazioni – testi – commenti porti a una sorta di eguaglianza letteraria o di egualitarismo. A rappresentare il primo, forse, porrei il mondo multimediale: ilmiolibro.it, blog, social media. Sull’altro piatto della bilancia non rimangono da posizionare che le case editrici – strani luoghi mitologici a metà tra aziende ed enti culturali.

Nietzsche diceva: “Chissà quante generazioni dovranno trascorrere per produrre alcune persone che riescano a sentire dentro di sé ciò che ho fatto!”. Così, forse, molti scrittori giustificano il fatto di non trovare uno spazio. Ma è vero che, nonostante la presenza di tutti questi luoghi virtuali in cui divulgare la propria opera, è così importante essere pubblicati da un grande editore? I media, nel loro dare possibilità a chiunque, stanno uccidendo il concetto di letteratura? Sono i “Mi piace” e le “condivisioni” a distinguere gli scritti di rilevanza culturale dagli altri?

Io mi rapporto alla questione in maniera vagamente kierkegaardiana: scrivo con la sinistra quando si tratta dei miei testi e delle mie letture, sentendo che il giudizio sugli scritti debba avvenire in maniera totalmente autarchica; scrivo con la destra quando si tratta poi di razionalizzare ciò che sto leggendo (o rileggendo) e ammetto che, in questo caso, cedo alla sacrosanta religione dei “più venduti” o “più letti”.

Ma sarà un metodo infallibile? Cosa fa di un manoscritto un’opera letteraria? E ancora, ci affidiamo al dictat dei classici che permangono nel tempo, prediligiamo i testi che rispecchiano la realtà contemporanea o quelli con cui entriamo in empatia? Sarà vero che le case editrici hanno la responsabilità della divulgazione letteraria o, più impopolarmente, devono tenere conto sopratutto dei profitti?

Ci aiuta a dirimere gli interrogativi Giampaolo Spinato, docente universitario, drammaturgo e giornalista, autore di cinque romanzi e vincitore del Premio Selezione Campiello. Oggi ha deciso di abbandonare questo mondo di refusi (e non) in copertina rilegata per procedere con la pubblicazione autonoma del suo ultimo romanzo.

 

Vuole spiegarci cos’è che ha determinato questa frattura tra la sua figura professionale e le società letterarie in generale?
Con l’Annuncio e congedo per un nuovo romanzo mi sono semplicemente preso la libertà di dire quello che molti fra gli addetti ai lavori (scrittori, editor, critici e persino librai e distributori) pensano ma non dicono, per non alienarsi la simpatia e la considerazione di amici, colleghi e/o “superiori”, oppure per ossequiare la disciplina aziendale nella miope convinzione che per i lettori (i loro target) sia meglio ignorare la disgrazia in cui versa il sistema editoriale. Ma le cose non stanno così. Anche chi legge, pur non avendo cognizione né dei conti in rosso delle case editrici, né delle scelleratezze che le hanno condotte fin qui, ormai si rende conto che trasformare un libro in un dentifricio è stata una débâcle epocale. In termini culturali, per paradosso, ne ha goduto, forse, l’educazione all’igiene dentale e i bilanci dei brand collegati. Lo stesso paragone si potrebbe fare con l’assimilazione delle strategie culturali ad altri tipi di merci e prodotti, dal salume alle carte di fidelizzazione e così via. In questo contesto da ansia di prestazione, in cui la legge dei conti impartisce anche le regole del packaging letterario, cultura, letteratura, progetto e “senso” diventano ammennicoli non necessari. Prenda La Bambina, ad esempio: alcuni editor di grandi casi editrici mi hanno detto che ha una “scrittura raffinata” e “immagini efficacissime” ma, visto l’andazzo in libreria, di pubblicarla non se ne parlava. Così ho deciso di rendere pubblico questo meccanismo malato, perverso e, solo in onore della Bambina”, di pubblicarlo come produzione indipendente.

Si fida del giudizio di un lettore di rete anonimo, approssimativo e, conseguentemente, dalle potenzialità culturali incerte?
Con questi quarti di luna l’unico che può predicare fiducia (mentendo, per contratto) è Matteo Renzi. Io mi fido della Bambina e del dialogo che stabilirà con i lettori che la vorranno incontrare. Ho sempre fatto così. Sono i testi, i romanzi, le pièce teatrali che contano. Le domande che pongono. Le risposte che suscitano. I mondi che aprono. La creatività che instillano. Chi li scrive è del tutto ininfluente.

Crede che la sua scrittura sia elitaria? È un titolo di merito scrivere testi che possono piacere a pochi?
Non ne ho idea e non faccio pagelle sui meriti. Personalmente non ho mai ceduto alla tentazione di arroccarmi dietro una pretesa genialità, compresa o incompresa che sia. E anche ora, con questa iniziativa, mi assumo la responsabilità di una scelta. In questo gesto non c’è ombra di vittimismo o di sdegno. E’ un’impresa felice e un modesto contributo al dibattito, spesso scarso, ideologico, sui modi per reinventare gli spazi e la visibilità per una letteratura di qualità e per libri “che aspirano a essere tali”, come diciamo nel sottotitolo della collana ideale (senza partita iva) appositamente creata per La Bambina: “Scritture in Attesa di Tempi Migliori”.

Crede che la pubblicazione autonoma del romanzo le consentirà la stessa visibilità che ha avuto con gli altri lavori?
Non lo so, si vedrà. La visibilità in ogni caso non garantisce affatto la partecipazione che le storie richiedono, così come il numero di copie vendute. Ma la convinzione che “La Bambina” contenga in se stessa addirittura tutte le ragioni di vendita che tutti gli ISBN, tutti i codici a barre, tutti i product-manager, gli AD, gli editor, gli uffici stampa e gli addetti alla reception di tutte le case editrici del mondo dovrebbero (vorrebbero?) contendersi, mi ha spinto a superare le naturali apprensioni. Se un libro, oltre al suo testo stesso, richiede altre – scaltre, ironiche o mendaci – narrazioni di contorno per raggiungere il suo fruitore, non è un libro. E anche nell’eventualità che questo tipo di libri-insaccati abbiano successo, il contatto con i loro lettori sarà pure monetizzabile ma falso.

Perché un ultimo romanzo?
Ultimo in ordine di avventato, arroventato, felice, infelice, tossico, adrenalinico, riflessivo, spregiudicato, spietato e paradisiaco attraversamento. Scrivere è un’esperienza. Tanto più autentica quando ti smentisce e sovrasta, mettendoti sotto il naso che non sai niente. È il metodo dell’Idiota, mutuato da Dostoevskij e dagli anni di lavoro con Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura, e che mi appresto a spiegare in un paper su una rivista accademica internazionale. Siamo lontani dalla cultura del riconoscimento, l’estetica dell’«è bello perché mi ci riconosco» applicata a tutti i generi di consumo e ormai anche agli affetti, coi risultati di devasto psichico che abbiamo sotto gli occhi, fanatismi e analfabetismo di ritorno compresi.

Perché proprio questo come ultimo romanzo?
Spero non lo sia. Così come spero che il “congedo” sia provvisorio e di nuovo mi accada l’inaspettata meraviglia di incontrare qualcuno (editore o agente) che sappia e voglia servirsi dei numeri e non viceversa per “fare cultura”. Molti lettori, che hanno capito le ragioni del gesto, stanno anticipando questa meraviglia. Non a caso abbiamo creato la nuova figura dell’Edilettore (c’è della costruttiva edilizia, oltre alla lettura e all’editoria, in questa definizione). Saranno un po’ gli “angeli” della Bambina, un libro che dimostra come i fatti non sopravvivono ai significati e che fra cronaca e letteratura non c’è partita. Reimparare a fare domande alle storie. Questa è la sfida.

Da cosa si distingue un buon romanzo? Crede nell’autovalutazione?
Lo chieda agli editor, loro lo sanno. Ironia a parte, una scrittura è in grado di dire lei stessa al suo estensore quando è compiuta. E quest’ultimo, dietro la maschera-personaggio, magari usurpata, dello “scrittore”, del “letterato”, del “critico”, lo sa. Nel proprio intimo, intendo, riesce a sentire il giudizio inappellabile della sua stessa scrittura e, quando non la ascolterà ne pagherà lo scotto, qualsiasi sia il risultato di vendita del suo “prodotto”. Ah, ma è vero, avevamo escluso a priori il packaging glamour e disciplinato da template o copia-e-incolla…

Da lettore a lettore, ci fornirebbe qualche consiglio per essere dei buoni giudici di ciò che leggiamo?
Credere nei (e attenersi ai) significati. C’è tutto un mondo che prospera dentro quell’invisibile. La dualità di comodo fra scrivere e leggere ha fatto ormai troppi danni. In realtà l’uno senza l’altro non esiste.

 

Io non vedo l’ora di mettermi a tu per tu con la bambina, atleta tredicenne, e scoprire i segreti della sua prematura fine. Spero di immergermi al più presto, e non credo sarà troppo difficile immedesimarmi, in questo mondo di crudi inganni. Spero di trionfare in questo pacato scontro dialettico che si avvicina alla maieutica socratica. E voi, cosa risponderete alla Bambina? Da oggi è possibile acquistare online l’e-book e assaporare la sua vita.


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