“Insidious – L’ultima chiave”: un sequel di cui non c’era bisogno

“Tira fuori 100' di roba horror per farne un trailer a accalappiare 14enni" dissero i produttori al regista

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di Edoardo Pasquini

 

di Adam Robitel. Con Leigh Whannell, Lin Shaye, Angus Sampson, Kirk Acevedo, Caitlin Gerard. Horror, 103′. USA, 2018

L’infanzia di Elise Rainier, la brillante parapsicologa che impiega la sua capacità di contattare i morti per aiutare le persone tormentate da entità sovrannaturali, è stata segnata dalla presenza di un “uomo malvagio che la perseguita”. Insieme ai fidati Specs e Tucker dell’azienda Spectral Sightings, Elise torna quindi nella sua città natale in New Mexico, decisa ad affrontare la sua ossessione più terribile, nascosta proprio tra le pareti della vecchia casa di famiglia.

 

Avete presente le tesi da un punto? Quelle che vengono scritte senza impegno alcuno, solo per strappare una laurea, mettendo così fine a un ciclo che magari non sentiamo già più nostro ma che vogliamo comunque chiudere perché dei tizi (leggasi, i nostri genitori) ci hanno speso una fortuna? Be’, “Insidious – L’ultima chiave” di Adam Robitel è praticamente la stessa cosa.

Quarto episodio di una saga – giustamente – poco famosa, ripropone lo stesso plot e le stesse ambientazione dei capitoli precedenti: uno spirito brutto e cattivo infesta una casa e il medium di turno si presenta a contrastarlo, cercandolo nel buio con torce poco potenti, seguendo voci sibilanti e aprendo porte molto, molto lentamente.

Il film non è propriamente brutto, perché il brutto a qualcuno può anche piacere (vedi l’ormai cult “The Room” del grande Tommy Wiseau). Questo horror, spiace un po’ il dirlo, è semplicemente insignificante. Niente suspence, niente atmosfera, tutta la trama portata avanti dai monologhi della debolissima protagonista (Shaye), molte sequenze inutili, inserite solo per allungare il brodo.

La sceneggiatura anemica toglie a “Insidious 4” qualsivoglia tipo di ritmo. Domina la noia. Lo schema: situazione tranquilla – rumore strano – ricerca nel buio – BUM! “spavento” si ripete infinite volte, creando solo disagio e impazienza, e lo spettatore si ritrova a urlare mentalmente. Sì, ma la frase: “Ti prego, finisci!”.

Due ultime notazioni, caso mai aveste ancora voglia di dargli una chance. La regia è lo stato dell’arte dell’anonimato: 100′ e neanche un’inquadratura decente. Il film prova a far ridere 11 volte – le ho contate! -, ma non ci riesce mai, nemmeno per sbaglio.

Potrei aggiungere altro, ma sarebbe solo accanimento.

 

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