Incontro con Stanley Tucci: la regia, la passione per l’arte, “Final Portrait”

L'attore e regista è a Roma per presentare il suo nuovo film, che esce nelle sale italiane l'8 febbraio

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di Federica Rizzo

 

Presentato al Festival di Berlino 2017, arriva nelle nostre sale l’8 febbraio “Final Portrait – L’arte di essere amici”, che indaga in profondità il processo creativo di un artista, prendendo ad esempio il caso del pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti.

Abbiamo incontrato a Roma Stanley Tucci che, per l’occasione, torna dietro la macchina da presa dopo molti anni passati solo a recitare.

“Scegliere di dirigere un film ti permette di raccontare una storia a modo tuo, mentre da attore devi interpretare la storia di qualcun altro – spiega Tucci in conferenza stampa. – È questa esigenza che mi spinge a diventare regista, di tanto in tanto.”

Il film non è un classico biopic quanto un fermo-immagine su un momento della vita di Giacometti.

“Personalmente non amo molto i biopic in senso stretto perché solitamente si fermano a rappresentare i fatti in maniera sterile, fino a riempire due ore di pellicola. Io volevo fare qualcosa di diverso, mi interessava raccontare un determinato momento, un periodo ben preciso per dare al racconto un carattere universale. Soffermandomi di più sui dettagli, che poi vanno a creare l’essenza stessa di una persona.”

L’attore e regista, del resto, ha sempre avuto un rapporto molto stretto con l’arte.

Mio padre era un artista, e insegnava anche storia dell’arte a scuola. Abbiamo viaggiato molto, con la mia famiglia, abbiamo anche vissuto un anno a Firenze, dove mi sono innamorato perdutamente del rinascimento italiano. L’interesse per l’arte, insomma, mi ha accompagnato durante tutta la vita e Giacometti era uno degli artisti più interessanti che avessi mai studiato. Il libro di Lord raccontava il suo processo artistico alla perfezione e ne sono rimasto incantato. Mi è sembrato naturale trasformarlo in un film.”

Il film si concentra sul rapporto tra Alberto Giacometti e un suo modello “volontario”, lo scrittore James Lord (interpretato da Armie Hammer), grande estimatore dell’artista.

“Stare vicino a un artista non è facile, si direbbe ci sia quasi una componente di masochismo in chi lo fa. Ho avuto l’occasione di parlare con tre persone che hanno fatto da modelli per Giacometti, e tutti hanno confermato le tre fasi del suo comportamento: una iniziale più colloquiale, una seconda intermedia e più seria, e una terza, non necessariamente conclusiva, in cui era totalmente immerso in uno stato di depressione e rabbia per il proprio lavoro, che giudicava insoddisfacente. Giacometti era un personaggio affascinante, schiavo dei suoi scatti d’ira, soprattutto con i modelli più adulti, con i più giovani cercava di frenarsi. C’è dunque molta realtà nel film.”

Attenzione particolare, dunque, ai dettagli dei volti, dei dipinti, e una grande interpretazione di Geoffrey Rush.

“Rush ha studiato due anni per prepararsi al ruolo, mentre io cercavo i fondi per realizzare il film. Prima di iniziare a girare abbiamo provato insieme per una settimana, recitando il testo come fosse un’opera teatrale. Poi una volta sul set i dialoghi sono stati levigati per farli aderire ai personaggi. Geoffrey in particolare ha avuto due difficoltà: aveva dei problemi con gli scatti d’ira e non riusciva a padroneggiare il pennello. Una volta messosi a suo agio, ha svolto un lavoro magistrale. Io l’ho lasciato fare, volevo che fosse spontaneo all’estremo, non bisogna elaborare troppo per non danneggiare la recitazione.”

E tornando alla regia, Stanley Tucci dimostra di avere le idee molto chiare anche quando si parla di tecnica e macchinari.

“L’uso della camera a spalla mi è risultato indispensabile, in quanto la maggior parte del film dovevo riprendere due figure statiche, e quindi c’era la necessità di alleggerire il tutto, di dare un po’ di movimento. E questo è stato possibile anche grazie all’ottimo direttore della fotografia, Danny Cohen, che a inizio riprese stabiliva a priori la luce a seconda del momento della giornata, così da rendere più fluidi i movimenti di macchina.”

 

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