Il fioraio di Monteriggioni, Cristina Katia Panepinto

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Il fiorario di MonteriggioniQuando il pm Amedeo Cantini viene condotto davanti al cadavere di una giovane modella assassinata, capisce subito che quello sarà il caso più difficile della sua vita. Abbandonata dentro un cassonetto nei pressi del Parco delle Cascine di Firenze c’è infatti la figlia di Emma Aldori, suo grande e sofferto amore di gioventù. Travolto dai fantasmi del passato, il magistrato chiede all’ex-moglie, la terapeuta Violetta Salmoiraghi, di affiancarlo nelle indagini. Insieme cominceranno a investigare sugli ultimi mesi di vita della ragazza e si addentreranno in un gioco di specchi fatto di tradimenti, intrighi e bugie, fino alla scoperta di un raccapricciante segreto, dietro cui si nasconde l’ombra omicida del Fioraio di Monteriggioni. Il romanzo racconta un tema difficile, in cui la componente emotiva e sentimentale gioca un ruolo importante. È l’amore, o quello che a volte si reputa tale, a trascinare nel baratro le vite dei protagonisti, ma è sempre questo sentimento a offrire, alla fine, l’unica via di riscatto.

Decidere di esordire mettendosi alla prova con un genere complesso e gettonato come il giallo non è una scelta scontata. Il pubblico, da un romanzo di questo tipo, si aspetta molto e quindi il rischio di fare un buco nell’acqua è quanto mai alto. Da amante del genere, Cristina Katia Panepinto ha scelto di correre il rischio… e personalmente credo abbia fatto bene.

Il fioraio di Monteriggioni” non è un romanzo perfetto – ci sono un paio di punti che, personalmente, mi hanno dato da pensare –, ma è un romanzo godibile, coinvolgente, sorprendente. È un romanzo che, da un certo punto in avanti, non si riesce a mettere giù. Perché le vicende dei personaggi conquistano, perché scoprire come sono andate le cose diventa un imperativo. Quando si tratta di gialli, per me questa è la discriminante tra un buon libro e un cattivo libro. Mi faccio tre domande: ho bisogno di scoprire chi è il colpevole? La vicenda mi ha incuriosita? L’intreccio è abbastanza credibile da legare alla poltrona senza però farmi alzare gli occhi al cielo, ogni due pagine, per l’inverosimilità del tutto? Se la risposta è sì, l’autore ha fatto centro.

La storia del Fioraio non è particolarmente nuova – c’è una giovane di buona famiglia assassinata, un crimine che sembra affondare le radici nel passato, le vicende dei familiari della ragazza e di altri personaggi a loro collegati che si intrecciano – ma quello che la rende particolare è, da un lato, il punto di vista di Violetta Salmoiraghi – psicologa coinvolta per diversi motivi nella vicenda -, dall’altra il fatto di inserire, pagina dopo pagina, sempre nuovi elementi.

Il libro non presenta subito il quadro con chiarezza, e devo dire che, all’inizio, la cosa mi ha quasi infastidita. Della protagonista Violetta, ad esempio, non si sa quasi niente. Ci si trova nel bel mezzo dei suoi pensieri e della sua vita – con il lavoro, la separazione dal marito pm Amedeo e i problemi con la sorella (che poi si scopre essere gemella) Eva – senza però avere un’idea chiara di chi sia questa donna. La Panepinto ha voluto senza dubbio portare il lettore nel bel mezzo dell’azione, in media res, ma resto convinta che un inquadramento maggiore, anche breve, dei personaggi avrebbe potuto giovare alla comprensione e alla buona riuscita della storia.

Sia come sia, a questa mancanza di particolari e di background sopperisce l’intreccio, il giallo tra presente e passato che ruota intorno alla famiglia Aldori. Il fatto di svelare soltanto via via i vari pezzi del puzzle aiuta a mantenere alta l’attenzione del lettore, e anche se talvolta si ha la sensazione che sia tutto un po’ troppo intricato – con i nomi dei diversi personaggi maschili della vicenda, tra Leonardo, Lorenzo e altri, e le relazioni che legano questi ultimi alle donne della vicenda, primi mariti, secondi mariti, zii, fratelli, amanti, confesso di aver fatto un pochina di confusione – chi siamo noi per mettere un freno alla fantasia di un autore?

Ho apprezzato molto l’intreccio tra passato e presente, quel tirare fuori degli scheletri nell’armadio che sono tutt’altro che di piccole dimensioni e dare all’intera vicenda uno spessore molto maggiore del “semplice” omicidio di una 18enne. Ammetto che forse le modalità della morte di Fiona Aldori sono quelle che mi hanno lasciata più basita, una volta scoperte – dopo tutto questo labirinto di false testimonianze, segreti nascosti, personaggi che si scoprono più coinvolti di quanto si sarebbe potuto pensare ci si poteva aspettare qualcosa di meno casuale… ma non dico di più per non rovinarvi la sorpresa.

Dopo tanti “lati positivi” passiamo ai due punti che non mi hanno convinta di questo esordio che, comunque, ci tengo a sottolinearlo, è più felice che infelice. Si tratta di un elemento tecnico/stilistico e di uno contenutistico.

Partiamo dal primo. È verissimo che la punteggiatura è qualcosa di estremamente personale, quando si parla di scrittura. Ogni autore ha i suoi vezzi e le sue particolarità, e capita di rado di trovare due storie raccontate, a livello di pause e interruzioni, nello stesso modo. È vero anche che, a meno che la punteggiatura non sia proprio messa in modo errato, delle libertà ci si possono anche prendere – altrimenti che scrittura creativa sarebbe? Ma il modo in cui la Panepinto usa la virgola proprio non sono riuscita a mandarlo giù. Passi il vezzo, passi la creatività, ma nel romanzo c’è un’inflazione di questo segno di interpunzione che mal si spiega e mal si comprende. Praticamente in ogni frase c’è una virgola di troppo! Vi riporto soltanto due esempi, presi dalle prime pagine del libro:

L’arrivo di un nuovo inquilino al piano di sotto, le era stato annunciato da quella gran pettegola della signora Casini, che ne aveva subito decantato l’indiscutibile fascino.

C’era rimasta male e il solo ricordo di quella ingiustificata scortesia le dava ancora così fastidio, che decise di far finta di non riconoscerlo, se mai avesse incrociato il suo sguardo.

Il secondo punto, quello contenutistico, è che a mio avviso la scrittrice cade talvolta in un’eccessiva faciloneria e semplificazione. Per dirla altrimenti, parla di tematiche delicate e importanti dandole quasi per scontato, come si trattasse di cose normali. Due consanguinei hanno una relazione, sapendo il legame che li unisce. Quando viene fuori nessuno si scandalizza più di tanto. Un uomo adulto trova un cadavere – il cadavere di una persona che conosce bene, tra l’altro – e invece di chiamare la polizia decide di spostarlo e provare a creare un’ambientazione diversa per il delitto. Questo potrebbe anche starci. Ma perché lo fa? «Se avessi chiamato la polizia avrei dovuto spiegare la mia presenza nell’appartamento e non ne avevo alcuna voglia». Ecco.

Anche il rapporto tra la protagonista Violetta e il marito (ma sono separati? Divorziati? Ci stanno ancora pensando?) trovo che poteva essere gestito in maniera diversa. All’inizio della storia sembra che tra loro le cose siano chiarite e risolte, ma mano a mano che si prosegue Violetta mostra un attaccamento che mal si concilia con l’immagine che era stata delineata all’inizio.

Tirando le somme, la storia è scorrevole e, in quanto romanzo giallo, trovo che l’obiettivo sia stato raggiunto. Il lettore si ritrova incuriosito, avvinto alla pagina, bisognoso di scoprire il colpevole. L’intreccio è credibile e, tutto sommato, ben costruito. Per quello che riguarda lo stile e la caratterizzazione dei personaggi, ci auguriamo davvero che Cristina Katia Panepinto abbia davanti a sé una lunga e fortunata carriera per poterci lavorare, limando il suo stile e crescendo. Trattandosi di un esordio, davvero chi legge può ritenersi soddisfatto.


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