“Finché c’è prosecco c’è speranza”: l’opera prima di Antonio Padovan

Dal romanzo di Fulvio Ervas, un giallo che cerca di prendere le distanze dalle serie tv di genere

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Un film di Antonio Padovan. Con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Liz Solari, Roberto Citran, Silvia D’Amico. Noir, 101′. Italia, 2017

Data di uscita italiana: 31 ottobre 2017

Il conte Desiderio Ancillotto è proprietario di un vasto terreno dedicato alle vigne e di una gran bella villa, ma il suo modo di lavorare la terra, senza pesticidi e facendo “riposare” parte del terreno, è considerato da altri una pessima strategia d’affari. Ancillotto si suicida, però è comunque al centro delle indagini quando iniziano a venire uccise persone legate al cementificio che lui riteneva inquinasse la zona. A investigare sul caso c’è l’ispettore Stucky (ma si legge: Stucchi), che con il suo fare placido e pacioso cerca di conquistare la chiusa gente del posto per arrivare alla verità. Nel mentre l’uomo, che ha origini in parte persiane, affronta anche una questione privata, quella del lutto della madre e dell’ingombrante presenza del padre morto, la cui stanza in casa non vuole toccare nonostante l’insistenza dello zio Cyrus che sta ospitando.

 

Un’opera prima con del potenziale e dei buoni spunti, che però alla fine non convince del tutto. È questo, in estrema sintesi, “Finché c’è prosecco c’è speranza” di Antonio Padovan, presentato alla Festa del cinema di Roma, nella sezione autonoma Alice nella città.

Il film cerca evidentemente, con un certo coraggio, di riportare il genere giallo al cinema e sottrarlo alle serie tv. Purtroppo, il risultato è una sorta di tv movie, con alcuni personaggi troppo caricati e macchiettistici, un protagonista buono e burbero, una piccola comunità da fare da sfondo alle vicende.

La Conegliano di Stucky, in provincia di Treviso, da una parte ricorda l’immaginaria Vigata del commissario Montalbano, dall’altro la Toscana ridanciana dei Delitti del Barlume. A ben guardare anche l’origine di questo personaggio e del suo mondo è letteraria, tratta dal romanzo omonimo di Fulvio Ervas.

I dialoghi non sono troppo pungenti, la soluzione del caso è piuttosto improbabile, semplice e prevedibile. Se i delitti non convincono anche il versante comico non resta impresso. Spicca, forse, la tematica ambientale, che nel mondo di oggi non può non far suonare almeno qualche campanello d’allarme.

La fotografia, nonostante l’uso dei droni, è degna di nota, anche se a tratti questo insistere sui bei paesaggi collinari e verdi del nord-est ricorda un po’ troppo un filmato di “Linea Verde”.

Insomma, un esordio con pregi e difetti evidenti, quello di Padovan. Però, se si pensa ai mezzi limitati che il regista aveva a disposizione, non si può non fare un applauso quanto meno alla sua buona volontà.

 

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