Cartoline da Venezia 74: “Foxtrot”, “Jia Nian Hua”, “Sandome no Satsujin”

Da Israele al Giappone passando per la Cina: il concorso ufficiale della Biennale è multiculturale

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di Valeria Lotti

 

Il bello della Biennale di Venezia è che da modo di scoprire pellicole che vengono da ogni parte del mondo, e uscire, fosse solo per il tempo del festival, dalla propria comfort zone cinematografica.

Quest’anno il concorso è multiforme, sicuramente nel segno del dramma – quasi che orientarsi verso un genere diverso non fosse considerato abbastanza impegnato o chic.

Nelle mie cartoline dalla Laguna tre film, uno israeliano, uno cinese, uno giapponese. Chissà se tra loro si nasconde il Leone d’oro 2017.

 

“FOXTROT”: INELUTTABILITÀ DEL FATO NEL FILM DI MAOZ

Un film di Samuel Maoz. Con Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray. Drammatico, 113’. Israele, Germania, Francia, 2017

Il film comincia con una porta che si apre e una donna che sviene. Si apprende, poco dopo, della morte del figlio militare e del dolore rabbioso del padre. Tra flashback e ricordi, tra cammelli e fumetti, si capisce alla fine che il vero protagonista della pellicola è il fato: quando la nostra ora è giunta, non possiamo sfuggire.

Il regista Maoz trionfò proprio a Venezia nel 2009 con “Lebanon”, e in questo secondo lavoro conferma di saper costruire un dramma toccante e a tratti ironico, con repentini cambi di stile. Il ritmo, purtroppo, è assai lento, soprattutto nella seconda parte, quella ambientata nel nulla del deserto, e ciò rende la visione meno fluida. In definitiva, però, “Foxtrot” è un’opera pregevole e originale, che potrebbe essere apprezzata anche dalla giuria del festival.

 

“ANGELS WEAR WHITE”: QUANDO LA SOCIETÀ ABBANDONA L’INDIVIDUO

Un film di Vivian Qu. Con Wen Qi, Zhou Meijun, Shi Ke, Geng Le, Liu Weiwei, Peng Jing, Wang Yuexin, Li Mengnan. Titolo orinale: Jia Nian Hua. Drammatico, 107’. Cina, Francia, 2017

Nell’hotel di una cittadina costiera nella provincia del Fujian avviene una violenza sessuale su due bambine. Tutti vogliono sfruttare la vicenda a proprio vantaggio: la receptionist clandestina per avere finalmente un’identità, i genitori di una vittima per mandarla in una scuola prestigiosa. L’unica interessata a portare le prove alla polizia e far arrestare il colpevole, un uomo ricco e conosciuto, sembra l’avvocato.

La disperazione è ciò che guida i personaggi, colpevoli di vivere in una società che li lascia soli, in un mondo corrotto dove il potente vincerà sempre. Mors tua, vita mea: è esattamente così che agiscono. Vivian Qu intende criticare la società contemporanea, cinese e non solo, facendo uso di silenzi e simbolismi – la gigantesca statua di Marylin, per esempio. Ciononostante, il film non coinvolge come avrebbe potuto, lasciando lo spettatore leggermente insoddisfatto.

 

“THE THIRD MURDER”: SE GIUSTIZIA E VERITÀ NON SONO LA STESSA COSA

Un film di Kore’eda Hirokazu. Con Fukuyama Masaharu, Yakusho Kōji, Hirose Suzu. Titolo originale: Sandome No Satsujin. Thriller, 124’. Giappone, 2017

Le musiche di Ludovico Einaudi accompagnano questo thriller legale che, attraverso il processo a un uomo accusato di aver ucciso il suo capo, esplora la relatività della verità. L’avvocato Shigemori prende le difese dell’accusato reo confesso Misumi, ma il caso è tutt’altro che lineare come lui immagina all’inizio, e si concluderà in cose non dette e dubbi che assaliranno anche lo spettatore.

Si sviluppa una sorta di simbiosi visiva tra l’accusato e l’avvocato, con abili riflessi e sovrapposizioni. Kore’eda mette insieme un ottimo thriller, cercando di mostrare che giustizia e verità sono due cose distinte, e spesso non è possibile ottenerle entrambe.

 

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