“Borg McEnroe”: la più grande rivalità della storia del tennis al cinema

Il film di Metz Pedersen mostra come uno sport da gentiluomini sia diventato spettacolo di rockstar

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di Pasquale De Carlo

 

Un film di Janus Metz Pedersen. Con Sverrir Gudnason, Shia LaBeouf, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, Ian Blackman. Drammatico, 100’. Svezia, Danimarca, Finlandia, 2017

Data di uscita italiana: 7 novembre 2017

Estate 1980. Sta per prendere il via il Torneo di Wimbledon e i due giocatori più quotati per la vittoria sono lo svedese Björn Borg e l’americano John McEnroe. Due tennisti, e due giovani uomini, che non potrebbero essere più diversi, almeno secondo lo storytelling dell’epoca. Borg, già quattro volte vincitore a Wimbledon, è soprannominato “Uomo di ghiaccio”: algido, apparentemente privo di emozioni, una macchina segnapunti con un servizio a due mani che è una fucilata. McEnroe, di tre anni più giovane, è detto invece “Superbrat” perché sul campo impreca, dà in escandescenze e si accapiglia con gli arbitri.

 

Più delle sfide fra l’eleganza di Roger Federer e la potenza di Rafa Nadal, fra il servizio di Pete Sampras e la risposta di Andre Agassi, la storia del tennis si ricorda della dicotomia fra Borg e McEnroe. Questo perché quando i due scendevano in campo non davano luogo a un semplice confronto di stili tecnici diversi, ma alla contrapposizione di due elementi: ghiaccio contro fuoco.

Janus Metz Pedersen approfondisce la storica rivalità sportiva nel film “Borg McEnroe, presentato nella Selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma, ripercorrendone i momenti salienti ma andando oltre il campo per approfondire il lato umano dei due tennisti.

I numerosi flash back sui primi passi da professionista del grande Björn (Gudnason) ci mostrano un atleta immaturo e incapace di mantenere la calma. Il film spiega, attraverso una perfetta delineazione psicologica del personaggio, che Borg non è mai riuscito ad annullare quella parte ansiosa e insicura che ha continuato a strisciare sottopelle, condizionandone la carriera, interrotta a soli ventisei anni.

È per questo che il campione svedese finisce per apparire, nel film, molto simile a John McEnroe (LaBeouf), che invece ha sempre dato libero sfogo alle sue emozioni, vivendo però la frustrazione di considerarsi più interessante per la gente per il caratteraccio che per le imprese in campo.

Quello che spicca in “Born McEnroe”, nonostante la maestria nella realizzazione, è soprattutto l’attenzione per il ritratto psicologico dei personaggi. In questo senso, il frequente utilizzo di primi piani mira a catturare di ogni emozione. L’accuratezza delle descrizioni e lo stile di regia sottolinea la prestazione di Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf, davvero degna di nota.

Il film di Janus Metz Pedersen finisce per mettere in discussione tutto quello che dei due miti del tennis abbiamo sempre pensato di sapere. Qui Borg, visto di solito come una macchina apatica, è in realtà profondamente lacerato dalla paura della sconfitta, e dalle incertezze sul futuro. McEnroe, di contro, sembra vivere lo sport senza ossessione.

Un’opera che percorre la strada tracciata da “Rush” di Ron Howard, unendo sport e approfondimento caratteriale. Un film da vedere, amanti del tennis o no.

 

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