BFI London Film Festival | Di red carpet, film di nicchia e riflessioni

Parata di stelle alla prima europea di "Breathe" di Andy Serkis, che apre la kermesse londinese

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di Federica Gamberini

 

Ci sono un italiano, un inglese e un francese… potrebbe sembrare l’attacco di una storiella divertente, in realtà è la prima immagine che vogliamo riportarvi del 61° BFI London Film Festival.

Dietro alle transenne che dividono il red carpet dalla stampa, e dai curiosi, ci sono persone da tutto il mondo. Turisti italiani, studenti cinesi, giornalisti inglesi, appassionati di cinema spagnolo, fianco a fianco. Ci siamo anche noi di Parole a Colori, che proviamo a raccontare l’evento in tempo reale.

E poi ci sono loro, quelli dall’altro lato, una categoria a parte. Il fil rouge che ci lega? Il red carpet, appunto, un pezzo di tessuto ed emozioni, che delimita il perimetro dell’entrata all’Odeon, tempio del cinema di Londra a Leicester Square, che ha aperto il Festival accogliendo la prima europea di “Breathe” di Andy Serkis (la recensione in anteprima su Parole a Colori).

 

IL FILM D’APERTURA: IMPRESSIONI DEI PROTAGONISTI

Verso le sei inizia la parata dei protagonisti del film, sorridenti, eleganti, che trasformano le tinte rosse della zona in quelle rosa da zucchero filato. Da Andy Serkis a Jonathan Cavendish, intervista dopo intervista, “Breathe” getta negli occhi degli astanti una nebbia rosa che ci fa quasi perdere il senso di essere a Londra, in una piazza animata dal suono dei tamburi di protesta dei lavoratori del cinema, che lottano per una paga più equa, e che sperano di attirare l’attenzione delle celebrità sulle loro problematiche.

Ma non distraiamoci col sociale, parliamo di “Breathe”. Se non bastasse il poster coi due protagonisti abbracciati, naso a naso, per capire di cosa si tratta, Andy Serkis arriva e descrive il suo film d’esordio come una storia d’amore, che racconta di una disabilità ma soprattutto della capacità di rispondere alle catastrofi della vita con un sorriso.

Sorridono anche Claire Foy, Jonathan Cavendish, la madre Diane, Nitin Sawhney (musiche) e William Nicholson che descrivono la pellicola via via come remarkable (straordinaria), amazing (incredibile), unique (unica), magic (magica).

Andrew Garfield, che con la sola presenza risveglia l’interesse della folla, ci dimostra come a tenere in piedi la struttura narrativa del film sia proprio la forza dei suoi attori. È lui, infatti, che ci riporta alla realtà del film, descrivendolo come una sfida personale per onorare un uomo incredibile – Robin Cavendish, scomparso nel 1994 – e farlo rivivere nel modo più autentico.

Certo, parla della sua alchimia con Claire Foy – che sembra fare un po’ la fortuna del film – ma, soprattutto, Garfield parla dell’uomo che dalla fine degli anni ‘50, quando contrasse la polio, lottò per far sì che la sua vita avesse un valore, ridendo in faccia al destino avverso.

Si rompe così la bolla di zucchero e amore che le luci e i flash un po’ alimentano, e la passeggiata trionfale, con i protagonisti elegantemente in ritardo, si conclude con Garfield che, sulle orme di Cavendish, vorrebbe andare a protestare insieme ai manifestanti piuttosto che stare in posa sul costoso tappeto rosso.

 

LONDON FILM FESTIVAL: NEL SEGNO DEI FILM DI NICCHIA

Rieccoci alla realtà. Guardando il red carpet da vicino ci abituano a pensare alla vita come a una fiaba, perché il cinema deve far piangere, ridere, emozionare, divertire – a detta dello sceneggiatore di “Breathe”.

Ma la vita non è una fiaba, e così mi guardo intorno, dalla parte “povera” delle transenne, e mi chiedo: cosa pensano le persone assiepate qui del London Film Festival e del film di apertura? Cosa le ha spinte a venire?

Sono sorpresa di constatare che molti sono qui solo di passaggio: c’è chi ha visto le luci e Andrew Garfield e si è avvicinato per immortalare uno dei volti più freschi di Spiderman. C’è chi ama il cinema e scoprendo l’esistenza del Festival ha pensato bene di dare un’occhiata, sperando di scorgere Jennifer Lawrence – mi dispiace, gente, festival sbagliato!

Ma la cosa più interessante, e che mi sorprende un po’, è che la maggior parte delle persone non è qui per “Breathe”. Il fascino del red carpet e delle celebrità li avrà anche richiamati alle transenne per scattare qualche foto, ma sono i film di nicchia, le piccole produzioni, a interessarli veramente.

È proprio la diversità e il numero di queste pellicole – che purtroppo non sono abbastanza in da meritare un red carpet per gli interpreti – che colpisce nel programma di quest’anno. È quella diversità che dimostra che il cinema è e deve essere aperto a tutti. Le première e le sfilate di stelle sono solo un’occasione mondana come un’altra.

 

Di qua dalle transenne si fanno le sette. Tutti sono entrati nel cinema, il film è cominciato. Io mi incammino verso la stazione di Piccadilly Circus, invece, e penso al cinema e alla sua missione per gli anni a venire. Se il pubblico si avvicina al red carpet più per gli attori che per i film che interpretano sarà segno che deve cambiare qualcosa? Che il bisogno e la voglia di realismo e diversità sono più forti di quella di sognare?

Penso, medito, e intanto la mia mente va verso la programmazione di film, di nicchia e non, che mi attende da giovedì in poi al London Film Festival.

 

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