Al cinema: Spotlight

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Un film di Thomas McCarthy. Con Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Michael Keaton, Stanley Tucci, Liev Schreiber, Billy Crudup. Thriller, 123′. 2015

Spotlight, locandina

Se esiste un crimine peggiore dell’abuso su un bambino aiutatemi a trovarlo, perché al momento io non ci riesco. Immaginate poi che il pedofilo in questione indossi l’abito talare. Lo sconcerto e la rabbia che si provano diventano, se possibile, ancora maggiori.

Mentre scorrevano i titoli di coda di “Spotlight” al cinema, tra pochi, timidi applausi e un rumorosissimo silenzio a fare da sottofondo, riflettevo su come scrivere questa recensione e anche sul modo in cui il film potrà essere accolto in un paese come il nostro.

Personalmente mi definisco un credente non praticante, eppure di fronte a questa pellicola ho sentito, da un lato, la mia fede farsi più forte, dall’altro ho provato ira e disgusto verso chi agisce in modo deviato in nome di questa stessa fede.

Il film racconta in maniera cruda e diretta la storia di quattro giornalisti del Boston Globe, che si uniscono in un gruppo, chiamato “Spotlight”, specializzato nel realizzare inchieste accurate e rigorose.

Nell’estate del 2001, su richiesta del nuovo direttore, di fede ebraica, Marty Baron (Schreiber), il gruppo inizia a indagare su alcuni casi di abusi su minori, attribuiti a sacerdoti di Boston e insabbiati dalle alte sfere ecclesiastiche.

Robby Robinson (Ketaton), direttore dello Spotlight, inizialmente scettico, insieme alla sua squadra – composta da Michael Rezendenes (Ruffalo), Sacha Pfeiffer e Ben Bradlle (Slattery) – arriva a scoprire che la portata dell’orrore è molto più ampia di quanto creduto all’inizio. I casi di pedofilia a Boston coinvolgono infatti 92 preti e bambini di differenti parrocchie.

Il team, nella sua ricerca di verità, viene aiutato non solo dalle vittime, costrette per anni al silenzio e raccolte in una piccola associazione, ma soprattutto dal battagliero avvocato Mitchell Garabedian (Tucci), che rappresenta gli abusati nella battaglia contro la Chiesa.

L’indagine porta allo scoperto l’esistenza di una sorta di “mafia bianca” a Boston, che da decenni copre le colpe dei prelati, riducendo le vittime al silenzio grazie a un piccolo indennizzo in cambio di riservatezza, e lascia i carnefici impuniti limitandosi ad attuare solo la politica del trasferimento di parrocchia.

Si potrebbe essere tentati di vedere la pellicola come una crociata contro il Cattolicesimo e i cattolici in generale: in realtà si tratta di una presa di posizione contro la parte “malata” del clero e delle alte sfere. Contro chi ha approfittato di bambini indifesi, cresciuti tra povertà e ignoranza; contro chi ha permesso che questo accadesse e ha insabbiato la cosa, pur di preservare una pulizia di facciata.

La pellicola è un invito a interrogarsi, a chiedersi come sia possibile che tra i religiosi si nascondano, indenni e spesso protetti, predatori sessuali e pedofili. Perché, ad esempio, chi chiede di entrare in seminario non viene sottoposto a perizia psichiatrica come avviene con i candidati per le forze armate?

“Spotlight” è un film dinamico, forte, avvolgente senza che ci sia una vera azione. Sono le parole e gli avvenimenti a colpire il pubblico, e la precisa ricostruzione dei fatti finisce per trasformarsi in un thriller drammatico, che fa trattenere il respiro fino alla fine, lasciando in bocca un gusto amaro.

I dialoghi sono scarni, semplici eppure intensi, capaci di regalare emozione e pathos grazie ai forti contenuti.

La stessa regia è essenziale, minimal, eppure lo spettatore viene tenuto incollato allo schermo, merito anche di un montaggio funzionale e avvolgente, che crea fin dall’inizio un ritmo calibrato, modulando i toni a seconda delle scene e delle esigenze dell’intreccio.

Forse l’unico limite della pellicola è la sensazione che le cose siano state tirate un po’ troppo per le lunghe – soprattutto nella fase investigativa della parte centrale della storia.

Splendido esempio di prova corale di talento, forza espressiva e intensità scenica quella fornita dagli attori che compongono il cast; ogni personaggio è credibile, naturale e capace di entrare in empatia con il pubblico. Difficile stilare una classifica di merito. Senza sminuire nessuno, mi limito a segnalare la confermata rinascita artistica di Micheal Keaton e la naturale poliedricità di Stanley Tucci e Liev Schreiber.

Il finale, ben costruito e calibrato tra tensione e commozione, non può non spingere il silente spettatore, magari cattolico, a sperare che chi di dovere guardi questo film con il dovuto occhio critico e inizi quanto prima a fare pulizia dove serve.

 

Il biglietto d’acquistare per “Spotlight” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.


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