Al cinema: Maleficent

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Un film di Robert Stromberg. Con Angelina Jolie, Elle Fanning, Sharlto Copley, Lesley Manville, Imelda Staunton. Avventura, 97′. 2014

Un odio atavico separa i due regni confinanti, quello degli uomini e quello della Brughiera, abitato da fate e creature incantate. È in questo territorio magico che vive la piccola Malefica, in pace con tutti. Ed è qui che fa la conoscenza di Stefano, ragazzino suo coetaneo, abbastanza curioso e coraggioso da spingersi dove gli uomini non si spingono mai. La loro amicizia, man mano che crescono, lascia il posto all’amore, ma, quando a Stefano si presenta l’occasione di diventare re, egli non esita a tradire l’amata, ferendola nel modo più grave e scatenando in lei l’ira e il proposito di vendetta. Ne farà le spese la neonata Aurora, figlia di re Stefano e della regina, sulla quale Malefica scaglierà la nota profezia. Ma questa non è la storia della Bella Addormentata bensì quella di Malefica, la storia di una vittima che, da grande, troverà il modo di superare il male che le è stato inflitto da chi amava. 

 

È strano trovare un film in cui la cattiva designata – perché è così che ci hanno insegnato a vederla anni e anni di fiabe e cartoni Disney – non solo non è poi così cattiva, ma esce anche vincitrice. Confesso che questo è stato il primo pensiero che ho formulato quando si sono accese le luci in sala dopo la visione di Maleficent.

La fata malvagia a cui presta il volto la Jolie (che in certe scene è inquietante con quelle corna e le grandi ali, abbastanza inquietante da portare alle lacrime tutti i bambini tranne la figlia dell’attrice stessa, a cui poi è toccata la parte della piccola Aurora, per necessità più che per scelta) è un’anima pura che viene ferita e tradita dalla crudeltà dell’uomo. Ma anche quando si volge al “lato oscuro” – ci scuserete la citazione filmica – non perde mai del tutto il suo vero io. Insomma, anche nella Malefica cattiva permane un barlume (e anche più) di umanità e bontà. Non è un caso se la piccola Aurora viene nutrita, nonostante le tre zie siano del tutto assorte nei propri litigi e nei propri pensieri, se non precipita nel burrone, se arriva a 16 anni in salute, grazia e bellezza.

Questa Malefica è un personaggio strano, particolare, come non se ne vedono spesso. E soprattutto, è un personaggio che ci porta a mettere in dubbio tutto quello che abbiamo sempre pensato di sapere sulla Bella addormentata. Perché, almeno guardando il film (sono curiosa di leggere le versioni scritte originali, per capire come sarebbe dovuta essere la storia secondo l’autore/gli autori), il vero cattivo, il villain della storia, non è la fata a cui vengono strappate le ali, ma il re. O meglio, il ragazzo che sogna di diventare re e per questo non esita a tradire la fiducia di un’amica, di una creatura pura, per raggiungere i suoi obiettivi.

Il destino di Stefano – sempre più solo e sempre più tormentato dai suoi fantasmi, se pur sul trono che sognava di occupare e circondato da servitori e benessere – non trova il pubblico molto pronto alla comprensione. “Se l’è meritato”, è il pensiero comune tra il pubblico. Nella caratterizzazione dell’uomo, poi – talmente preso da se stesso da non accorrere al capezzale della moglie moribonda né molto affettuoso con la figlia, quando lei ritorna -, gli autori hanno calcato ben bene la mano, così da rendere relativamente semplice per il pubblico schierarsi.

Malefica, di contro, risulta simpatica, piace a chi guarda, anche quando le sue azioni sono tutt’altro che positive, anche quando da il peggio di se. Questa non è che l’ennesima dimostrazione di come il punto di vista da cui si sceglie di raccontare una storia faccia tutta la differenza del mondo. Pensiamo soltanto a serie incentrate sulla malavita come “Romanzo Criminale” o la più recente “Gomorra”. Man mano che gli episodi procedono si finisce per affezionarsi agli attori, per parteggiare per loro, anche se – razionalmente parlando – sappiamo che sono dei criminali. Servono scelte estreme di trama, per costringerci a rimettere tutto nella giusta prospettiva. Ma questo ribaltamento dei normali valori e della prospettiva stessa con cui guardiamo alle cose è la magia del cinema e della tv, la magia della narrazione.

Tirando le somme, di questo film resta soprattutto la figura della protagonista (magica e malvagia, teoricamente) contrapposta a quella del re (umano e buono, teoricamente) e del loro scontro senza esclusione di colpi. Restano anche i dialoghi tra le fata/strega e il corvo/uomo (che danno un pizzico di ironia alla storia, ma giusto un pizzico), e le belle immagini del mondo della Brughiera popolato da esseri fatati.

La principessa Aurora passa quasi inosservata. Una ragazzina troppo giovane e troppo insignificante – speriamo che non ce ne vorrete per il giudizio – per contendere la scena ai due titani. La bella addormentata del cartone era sì innocente e ignara delle cose del mondo, ma non sembrava mai così piccola, aveva in sé qualcosa della donna. Questa Aurora decisamente no. Per questo la scena del bacio – centro nevralgico della storia, secondo la versione Disney e non solo – suona quasi grottesca. Come potrebbe il bacio di un “uomo” avere qualche significato per questa bambina? Come si potrebbe auspicare che il lieto fine sia un matrimonio? Quando lui si avvicina per baciarla e spezzare, presumibilmente, l’incantesimo, chi guarda spera quasi che qualcosa o qualcuno interrompa il tutto… perché non ci sta. Semplicemente.

Se Aurora è giovane, il principe Filippo non poteva essere da meno. Ma se almeno lei ha qualcosa che te la fa restare impressa (fossero solo le scene nelle quali interagisce con Malefica) lui è una presenza di cui ci si dimentica come scorrono i titoli di coda.

Ma se sull’eroe non avevo grandi aspettative (diciamocelo, anche nel cartoon quanto mai è presente?!) dalle tre fate/zie mi aspettavo davvero qualcosa di più. Invece le ho trovate poco incisive, neppure così tanto simpatiche, più oche che altro. Nel cartone animato sono tra i personaggi che restano più impressi – pasticcione, chiacchierone, ma fondamentalmente buone e legate ad Aurora. La loro umanizzazione ammetto che non mi ha convinta. Alla fine sembravano avere più difetti che buone qualità.

Come per i film sui super-eroi, l’adattamento delle fiabe è uno dei generi che va per la maggiore in questi anni. E a me piace sempre. Perché le moderne tecnologie aiutano a creare mondi fantastici, personaggi fiabeschi, che affascina lo spettatore. E anche se teoricamente la trama è conosciuta… basta poco per sconvolgere tutto e ribaltare la prospettiva.


 

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