Al cinema: Good kill

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Un film di Andrew Niccol. Con Ethan Hawke, Bruce Greenwood, Zoë Kravitz, January Jones. Thriller, 104′. 2014

Good Kill, locandina

L’11 settembre 2001 ha cambiato in modo radicale la vita di tutto l’Occidente. Da quel giorno abbiamo scoperto nel modo più duro che i nemici non si trovano solo all’esterno, lontano, ma bensì ovunque. Possono sederci accanto mentre beviamo tranquillamente un caffè – come hanno confermato i tragici fatti di Parigi.

Anche il modo di fare la guerra è cambiato, insieme con la nostra mentalità. Il terrorismo è un fenomeno sfuggente, difficile da contenere, che può materializzarsi all’improvviso seminando morte e distruzione.

Gli Stati Uniti guidano da oltre un decennio un’alleanza internazionale contro il terrore, convivendo con la necessità costante di giustificare ai propri cittadini i bombardamenti, le invasioni, soprattutto le migliaia di morti lasciati sul campo.

Dopo i primi tempi, l’opinione pubblica a stelle e strisce ha cambiato orientamento, spingendo anche il governo e le forze armate a modificare il proprio modus d’attacco. Si è arrivati così all’utilizzo dei droni, aerei intelligenti guidati da piloti in maniera sicura dalle basi a terra.

Uccidere senza essere fisicamente sul campo di battaglia rende meno sporca, ingiusta e cruenta una guerra? Andrew Niccol pone questo difficile quesito etico-politico allo spettatore con il suo nuovo film, “Good kill”.

Protagonista è il pilota di F-16, maggiore Thomas Egan (Hawke), che dopo aver prestato servizio in ben quattro missioni militari operative in Iraq è stato assegnato alla guida dei droni nella base di Las Vegas.

Sulla carta quello di Niccol dovrebbe essere un film di guerra, ma il pubblico si trova fin da subito coinvolto in una storia dove prevalgono gli aspetti psicologico e intimistico più che l’azione. I combattimenti, le morti e le operazioni militari sono infatti visti attraverso uno schermo, attraverso gli occhi del protagonista.

Una pellicola bellica atipica, claustrofobica, asettica, dove il dolore e il sangue non si vedono. Eppure le immagini provenienti dai monitor non lasciano indifferenti e come dice uno dei protagonisti, il tenente colonnello Jonhns (Bruce Greenwood, solido e credibile nel ruolo), quando arringa le nuove reclute: “Non pensiate di giocare alla Playstation, qui quando si spara si uccide veramente”.

Una sceneggiatura che ha qualcosa di teatrale nella struttura narrativa e nel ritmo. La vita lavorativa e personale del protagonista è divisa in due sfere separate e distinte, ma seppure molto lontane la seconda finisce per essere condizionata dalla prima.

Thomas è un guerriero, abituato alla lotta vera e alle emozioni del volo; vedendosi costretto tra le quattro mura di un ufficio sente venire meno il sacro fuoco del pilota. Uno stato di prostrazione e malinconia che si riflettono in un’incapacità di comunicazione con la propria famiglia che, sebbene vicina sulla carta, è assai lontana dal suo cuore e dalla sua mente.

Una guerra vera che appare finta e lontana, quella fatta coi droni. I soldati americani possono starsene al sicuro nelle basi, a sparare sul campo sono le macchine, e se negli attacchi perdono la vita degli innocenti, sono considerati “danni collaterali” accettabili.

Un anno fa “American Sniper” divise il pubblico italiano: qualcuno lo considerò una pellicola bellica avvincente, per qualcuno fu solo un insulso e provocatorio inno allo spirito guerrafondaio degli Stati Uniti.

Personalmente ho trovato il film di Clint Eastwood interessante e ben girato, per quanto limitato sotto certi aspetti e poco adatto al pubblico europeo. “Good Kill”, di contro, penso possa riscuotere un maggiore consenso, grazie a un testo ben scritto e ricco di spunti critici sociali e politici, che offrono allo spettatore diversi punti di vista sulle nuove frontiere della guerra. A risultare meno riuscita, forse, è la sfera umana e privata del protagonista.

La regia di Niccol è essenziale, scarna, eppure forte e di personalità, e riesce a tenere alta la curiosità dello spettatore.

È convincente, intensa e profonda la performance di Ethan Hawke, fatta di silenzi e di sguardi più che di parole. L’attore riusce comunque a trasmettere sincere e vibranti emozioni – soprattutto l’inquietudine del suo personaggio – a chi guarda.

Il finale, solare, liberatorio e nel complesso ben costruito, fa pensare allo spettatore che la guerra 2.0, per quanto più distante e asettica, non elimina del tutto la sensibilità e la compassione dell’uomo.

 

Il biglietto d’acquistare per “Good Kill”” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.





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